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Brexit - Gb - Irlanda - Ue
08 November 2018, Great Britain, Londonderry: The slogan ''Hard Border - Soft Border - No Border - #irishunitynow'' is written on a sign protesting against a border between Northern Ireland and the Republic of Ireland. Some of the worst acts of violence during the riots took place in the area, including Bloody Sunday, when 13 civilians were shot by the British army. Today Derry is a tourist attraction because of the political murals. (Credit Image: © Jonathan Porter/Presseye/DPA via ZUMA Press)

“Lungo il confine che separa il Regno Unito dalla Repubblica d’Irlanda, l’Ulster dall’Eire, i resti dei vecchi checkpoint da Derry a Warrenpoint si offrono minacciosi alla vista di chi quotidianamente varca quella frontiera e, in tempi di Brexit, sembrano incutere ancora più timore”: lo racconta su AffarInternazionali.it Beatrice Vecchiarelli, una giovane ricercatrice di Viterbo che, per la sua tesi di laurea magistrale, ha vissuto per mesi a Belfast e ha percorso quella frontiera.

Beatrice ricorda che, 21 anni fa, nel 1998, veniva firmato a Belfast l’Accordo del Venerdì Santo, che poneva la prima pietra per la pace in Irlanda del Nord dopo trent’anni di guerra fratricida. La paura di una ripresa delle ostilità tra nazionalisti cattolici e unionisti protestanti s’è bruscamente concretizzata il 19 gennaio, poco dopo la bocciatura ai Comuni il 15 dell’accordo sulla Brexit negoziato dal premier britannico Theresa May con i partner Ue: lo scoppio di un’autobomba, che non ha fatto vittime, nel capoluogo omonimo della contea di Derry, ha fatto alzare il livello di allerta in molte altre aree dell’Isola. L’attentato, avvenuto nella città simbolo dei Troubles, è stato attribuito al gruppo dissidente della nuova Ira, già responsabile in passato di attacchi simili a posti di blocco lungo il confine.

L’azione del 19 gennaio ricalca le modalità utilizzate negli scontri sanguinosi degli Anni Settanta e segna il momento di massima tensione raggiunto nei due anni di trattative con Bruxelles per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, “deludenti – dice la Vecchiarelli – e sorde alle richieste nord-irlandesi. L’incertezza cui va incontro l’Ulster fa pertanto temere che in questa regione del Regno Unito si possa instaurare di nuovo un clima di guerriglia”.

L’uragano Brexit ha riportato in primo piano la linea di frontiera di circa 500 km, che separa l’Eire dall’Ulster e che è destinata a rimanere l’unico contatto fisico tra Unione europea e Regno Unito.

Il backstop, che cosa prevede e gli ostacoli che incontra
A poco più di due settimane dal 29 marzo, data dell’uscita effettiva dall’Ue della Gran Bretagna, non è stata ancora trovata la quadra sul confine irlandese. Una hard Brexit senza un hard border sembra essere impossibile; ma, nel contempo, il mantenimento di un confine troppo soft porterebbe a un divorzio così debole da risultare inaccettabile per i ‘brexiteers’ più intransigenti. “E’, dunque, una matassa difficile da sbrogliare – osserva la Vecchiarelli -; e a pagarne le spese non possono che essere i cittadini, soprattutto irlandesi”.

La soluzione prospettata ormai un anno fa per il confine tra Eire e Ulster da Michel Barnier, capo negoziatore europeo, è stata rispedita al mittente senza se e senza ma: una clausola di salvaguardia da inserire nella bozza d’intesa con Londra volta a garantire il mantenimento di un confine fluido tra il Nord e il Sud dell’isola; una sorta di area comune irlandese che possa fungere da paracadute qualora non si riuscisse a raggiungere un nuovo accordo commerciale entro lo scadere del periodo di transizione per tutelare imprese e cittadini.

L’idea non è però gradita alla May e tanto meno ai suoi alleati del Partito Democratico Unionista nord-irlandese, non disposti ad accettare alcuna disparità di trattamento commerciale con le altre ‘nazioni’ britanniche, che provocherebbe un isolamento ancor più netto.

Dalla prima bozza si è giunti a novembre a stilare una seconda versione della clausola, approvata sia dai ministri britannici sia dal Consiglio europeo. Ma essa ha ricevuto a Westminster critiche più violente della precedente. L’intesa bocciata dal Parlamento britannico il 15 gennaio prevede che questa sorta d’unione doganale provvisoria comprenda non solo l’Ulster, ma tutto il Regno Unito, fino al concretizzarsi di un nuovo Free Trade Agreement. Un escamotage per aggirare il backstop, aveva ammesso la premier, ma senza alcuna garanzia che un tale accordo possa essere negoziato entro la fine del 2020, cioè entro la fine del periodo transitorio. E così i Comuni hanno preferito riportare le pedine alla casella di partenza.

Gli unici apertamente favorevoli a questa “rete di protezione” sono stati gli irlandesi del premier, o Taoiseach, Leo Varadkar, soddisfatti per come sono stati salvaguardati i loro interessi e per la linea ‘Ireland First’ mantenuta da Bruxelles.

Lo spostamento della linea di rottura e i preparativi del ‘no deal’
Nell’incertezza che permane tra Brexit soft e hard, ‘no deal’ o rinvio della scadenza dal 29 marzo a fine aprile, o magari a fine maggio, nuove elezioni o nuovo referendum, spunta l’ennesimo ‘giorno della verità’, il 12 marzo, quando la May sottoporrà ai Comuni il nuovo accordo, che non è molto diverso da quello già bocciato, visto che l’Ue poco o nulla di più e di nuovo le ha concesso in questi ultimi due mesi. Nel caso prevalesse ancora il ‘no’, il Parlamento potrebbe essere chiamato a votare su un ‘no deal’ o su un rinvio.

Ad accrescere il nervosismo britannico, non passa quasi giorno senza che Bruxelles sforni, settore per settore, misure da adottare “in caso di ‘no deal’”. Non solo le Istituzioni progettano come mettersi in sicurezza: anche la finanza e l’industria lo fanno. Ad esempio, Bmw e Toyota minacciano di riconsiderare ed eventualmente trasferire le linee di produzione in Gran Bretagna, se la Brexit sarà ‘no deal’, dopo i passi indietro di recente annunciati (seppure per motivi diversi, almeno ufficialmente) da Nissan e Honda. La Bmw, in particolare, evoca “un pericolo reale” per la produzione delle Mini nell’Oxfordshire.

Non si smette mai di negoziare
Anche se la partita politica è soprattutto interna alla Gran Bretagna, tra Bruxelles e Londra, magari pro forma, non si smette mai di negoziare. Anche questa settimana, i colloqui sulla Brexit vanno avanti: Londra cerca di ottenere garanzie “legali” allegate all’ ‘accordo di divorzio’ tali da superare l’opposizione del Comuni al backstop.

Se n’è discusso in un incontro fra il ministro della Giustizia Geoffrey Cox e il capo negoziatore Ue, Michel Barnier. E il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt evoca, in un’intervista, segnali “ragionevolmente positivi” da varie capitali europee. Ma Hunt polemizza con il presidente francese Emmanuel Macron, che, nel presentare il suo ‘manifesto’ in vista delle elezioni europee, ha detto che il popolo britannico è stato ingannato, nella campagna per il referendum sulla Brexit.

“Non sono d’accordo”, dice netto il capo del Foreign Office, rispondendo a una domanda specifica: “Noi abbiamo avuto una campagna referendaria molto gagliarda, nella quale … certo ci sono state esagerazioni da entrambe le parti … Ma questo accade a ogni referendum come a ogni elezione …”. Però, “il popolo britannico è sufficientemente sveglio da ascoltare le diverse opinioni dei politici e farsi un’idea propria”, in base alla quale ha infine preso democraticamente “la sua decisione”.

Per Hunt, occorre assicurare che il Regno Unito del dopo Brexit e il suo “Parlamento sovrano” non restino “intrappolati a tempo indeterminato in un’unione doganale europea”, in caso di attivazione del backstop. Il governo May considera la ricerca di un accordo con Bruxelles “l’unica soluzione”; e i deputati conservatori avranno libertà di voto la settimana prossima su un eventuale emendamento per dire sì o no a un ‘no deal’.

I giochi interni alla politica britannica
Una mano alla May, sia pure condizionata, la tendono i falchi ribelli della sua maggioranza, il cui ricompattamento offrirebbe alla premier una chance, anche se non la certezza, di successo. Tutto nasce da una lettera inviata alla May da otto deputati, esponenti dei Tory euroscettici più oltranzisti, quelli dello European Research Group guidato da Jacob Rees-Mogg, e degli alleati del Dup, destra unionista nordirlandese. Gli otto fissano le loro “tre condizioni” per dire sì questa volta alla ratifica.

Di fatto mostrano di accontentarsi di un testo aggiuntivo di Bruxelles a garanzia d’una durata non illimitata del backstop, il cui valore legale sia garantito dal ministro della Giustizia Cox. Condizioni che il ministro brexiteer Liam Fox considera “uno sforzo genuino di cercare un terreno comune”. Fox critica, al contrario, come “completamente inaccettabile” ogni ipotesi di rinvio che fosse mirata “al tentativo di sabotare” la Brexit: epilogo che scatenerebbe “un contraccolpo fra gli elettori”.

Giocare la carta del rinvio della Brexit, contrapponendo un’uscita dall’Ue ‘soft’ a una ‘hard’ e cercando poi di arrivare – magari in un secondo momento – a un referendum bis, è invece la via contro lo stallo suggerita dall’ex premier laburista Tony Blair, sulle pagine dell’Observer, domenicale del Guardian.

Blair sollecita il Labour a votare in ogni caso ‘no’ all’accordo che la May riproporrà in Parlamento (accordo che invece 60 o 70 deputati laburisti eletti in collegi brexiteer sarebbero pronti ad avallare, stando a una di essi, Carline Flint). E di puntare a uno slittamento “da usare” per porre l’alternativa “soft Brexit contro hard Brexit o per tornare a dare la parola al popolo”.

L’ex premier punta a rinviare a una fase successiva la scommessa su un secondo referendum, che, invece, il leader laburista Jeremy Corbyn intende inserire a breve in un emendamento da sottoporre al voto di Westminster. Blair suggerisce di aspettare a quando gli elettori avranno chiare le idee sulle conseguenze “di una hard Brexit economicamente dolorosa per il Paese o di una soft Brexit che ci renderebbe esecutori di regole” europee. Ma con la confusione che regna nella politica d’Oltre-Manica, è difficile che la nebbia si diradi presto dalle menti dei cittadini.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+