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Afghanistan - Jalalabad - attacco
Afghan army soldiers take positions near an office of the British charity Save the Children during an ongoing attack in Jalalabad on January 24, 2018. Gunmen blasted their way into Save the Children's office in Afghanistan's restive east on January 24, 2018, witnesses and officials said, in an ongoing attack that has wounded at least 11 people. After blowing up a car outside the British charity's compound in Jalalabad city, the attackers used a rocket propelled grenade to storm the complex. / AFP PHOTO / Noorullah SHIRZADA (Photo credit should read NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)

Un attacco compiuto ieri mattina da miliziani armati contro un’azienda edile afghana ha fatto almeno 16 morti e nove feriti fra i dipendenti. Cinque assalitori sono stati uccisi. L’attacco è avvenuto a Jalalabad, capitale della provincia di Nangarhar, nell’Est dell’Afghanistan, al confine con il Pakistan.

Secondo fonti ufficiali locali, due kamikaze si sono fatti saltare in aria all’ingresso della Entire Builders and Engineering, prima dell’assalto dei miliziani. L’azione non è stata rivendicata, ma nella zona è segnalata una forte presenza di elementi dell’Isis, il sedicente Stato islamico che, in rotta tra Iraq e Siria, avrebbe ricostituito qui alcuni suoi campi base.

C’è qualcuno cui non fa comodo la pace in Afghanistan: si muovono troppe cose, nella guerra più lunga e più costosa mai combattuta dagli Stati Uniti e c’è chi preferisce un Paese non pacificato, dove magari è più facile fare affari, ordire trame e nascondersi. Come sta ancora facendo lì, di qua e di là dal confine con il Pakistan, Hamza Bin Laden, uno dei figli di Osama, la mente degli attacchi all’America dell’11 Settembre 2001. Gli Stati Uniti hanno appena offerto un milione di dollari a chi darà informazioni utili alla cattura di. Hamza, che avrebbe ormai soppiantato alla guida di al Qaeda l’egiziano Ayman Al Zawahiri. Il giovane bin Laden ha sposato una figlia di Mohammed Atta, uno dei 19 dirottatori delle Torri Gemelle.

La scorsa settimana, miliziani talebani avevano cercato d’impadronirsi d’una base militare nel sud dell’Afghanistan, il campo di Shorab, nella provincia di Helmand: 23 i soldati afghani uccisi e 16 i feriti. Sul terreno erano pure rimasti una ventina di miliziani.

Le cronache dall’Afghanistan, dove sono ora presenti, non senza interazioni e reciproche frizioni, talebani autoctoni, miliziani dell’Isis e terroristi di al Qaida, testimoniano che gli scontri non sono diminuiti nelle ultime settimane, nonostante emissari degli Usa e dei ribelli conducano da settimane colloqui di pace in Qatar, che, per il presidente Usa Donald Trump, sono “costruttivi”. Si cerca uno sbocco al conflitto, che va avanti dal 2001 e che continua a essere letale: quasi mille i soli bambini uccisi nel 2018, l’anno più cruento per i civili afghani, stando ai dati dell’Onu.

Il quinto round dei negoziati ad alto livello s’è svolto il lunedì 25 febbraio: c’erano l’inviato speciale Usa Zalmay Khalilzad e il mullah Abdul Ghani Baradar, vicecapo dei talebani. S’è parlato del ritiro delle truppe e di come garantire il mantenimento della pace nel Paese.

Forse anche a causa dei ripetuti massacri, la Casa Bianca sta mettendo la sordina all’asserita volontà di ridurre le truppe di stanza in Afghanistan, dove c’è un numeroso contingente italiano. Un piano del Pentagono da discutere coi talebani prevede il ritiro in un arco di tempo tra i tre e i cinque anni. Il piano – secondo il New York Times, che ne ha dato notizia per primo – prevede di dimezzare i 14 mila soldati Usa attualmente presenti ed è stato già valutato insieme agli alleati europei.

Non è esattamente quanto aveva detto tra fine 2018 e inizio 2019 il presidente Trump, che, però, non avverte l’imbarazzo di smentirsi. Prima di Natale, ad esempio, aveva annunciato il ritiro praticamente immediato di tutti i circa 2000 militari americani in Siria, innescando le dimissioni, per disaccordo, del segretario alla Difesa James Mattis. Martedì, Trump s’è detto assolutamente d’accordo sul fatto che i militari americani, almeno una parte di essi, debbano restare in Siria.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+