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Trump - Kim - Hanoi
February 27, 2019 - Hanoi, Vietnam - U.S President DONALD TRUMP and North Korean leader KIM JONG UN greet prior to a bilateral meeting at the Sofitel Legend Metropole hotel February 27, 2019 in Hanoi, Vietnam. (Credit Image: © Shealah Craighead/The White House via ZUMA Wire)

24 h nel segno della legge di Murphy, per Donald Trump, di qua e di là dal Pacifico: quel che può andare male va peggio. Non ci fosse l’economia a tenergli su il morale, il magnate presidente tornerebbe a casa da Hanoi con le pive, e le tv, nel sacco: Kim non gli bada (e lui lo pianta in asso, nel bel mezzo d’un Vertice già ‘storico’ per le retoriche di regime); e Cohen lo concia per le feste.

Ma poi s’apprende che gli Stati Uniti nel IV trimestre 2018 sono cresciuti del 2,6%, oltre l’attesa del 2,2%, dopo il 3,4% del III trimestre. A questo punto, la crescita annua 2018 del Pil dovrebbe attestarsi tra il 2,9 e il 3,1%, un record dal 2015, un ritmo da rielezione per qualsiasi presidente.

Che giri male, economia a parte, Trump lo ammette: “Avere un’audizione così falsa nel bel mezzo d’un Vertice così importante è stata una cosa davvero terribile”. Tanto più che l’audizione del suo ex avvocato Michael Cohen è un successo mediatico; mentre il Vertice con il leader nord-coreano Kim Jong-un è un fiasco.

Largamente prevedibile, si scopre a cose fatte. Perché a questi incontri o ci si arriva che tutto è già scritto, magari meno l’ultima parola; oppure, è inutile andarci, perché mica ci si mette a negoziare sul serio tra una photo opportunity e una cena sociale all’Hotel Metropole – un retaggio coloniale -. Può darsi che Trump abbia troppo presunto della sua capacità di convincere Kim dove i suoi sherpa non c’erano riusciti con i loro omologhi.

Così, Trump rientra a Washington che la Corea del Nord è ben decisa a restare una potenza nucleare – altro che denuclearizzazione della penisola -, con tanto di missili in grado di recapitare (con più o meno precisione) le ogive a destinazione su Corea del Sud, Giappone, buona parte degli Stati Uniti.

Il presidente trova una capitale ancora sotto l’effetto della fluviale audizione di Cohen al Congresso: tre giorni e tre diverse Commissioni, un’attenzione mediatica quasi ossessiva, poco contraddittorio, nonostante i repubblicani cerchino di screditare il teste per tutto il tempo (impresa non difficile). Trump sciorina il suo vittimismo: “Con un altro presidente non sarebbe successo. Avrebbero fissato le audizioni in un diverso momento”.

L’ex legale personale dell’uomo più potente al Mondo appare livido di rancore e non suscita fiducia e tanto meno simpatia. Ma il magnate non ne esce certo bene: più lui e la Casa Bianca screditano Cohen, più ci si chiede come Trump abbia potuto tenersi accanto per 12 anni come suo avvocato, e pure confidente, uno che mente “al 100%, anzi al 95%”. Perché, ovviamente, l’unica cosa che dice a suo favore è vera: l’assenza di collusioni tra il magnate e la mafia russa.

Cohen sostiene di essere stato l’oggetto di un incantesimo di Trump, che lo induceva a fare cose “che sapevo essere totalmente sbagliate”: gli avrebbe chiesto “almeno 500 volte” di minacciare delle persone e lui lo fece; e quando lui mentì al Congresso, in una sua precedente audizione, disse quello che volevano gli avvocati del magnate. Quanto ai rapporti tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, “non voglio parlare di collusione, ma c’è qualcosa di strano nelle loro interazioni”.

Ad Hanoi, la rottura con Kim si consuma al mattino, quando diventa chiaro che l’accordo non ci sarebbe stato: né sulla denuclearizzazione, né su una dichiarazione di pace che – oltre 65 anni dopo la fine delle ostilità – chiuda finalmente la Guerra di Corea, né sullo smantellamento delle sanzioni contro il Nord. In conferenza stampa, Trump sostiene che Kim era pronto a rinunciare parzialmente al suo programma nucleare, ma voleva in cambio che le sanzioni fossero revocate; e assicura che Pyongyang non farà più test nucleari.

Delusi, ma non troppo, gli alleati, in primis Seul: meglio lo status quo che un’intesa precipitata e poco ponderata.

L’impressione è che Trump sia rimasto scottato e abbia capito che riporre nel leader nord-coreano le sue speranze di Nobel per la Pace è stato un errore: di un terzo Vertice con Kim, dopo Singapore e Hanoi, non si parlerà tanto presto. Questo non significa che il Mondo dopo Hanoi sia un posto meno sicuro; vuol solo dire che il Mondo dopo Singapore non era un posto più sicuro.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+