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Corea - Hanoi - diritti umani
February 27, 2019 - ºÂ£Ã†Â®Â³Â²,ÇϳëÀÃ, ºÂ£Ã†Â®Â³Â - N.K. leader impersonator nabbed Police officers haul away an unidentified man impersonating North Korean leader Kim Jong-un near the venue for a two-day U.S.-North Korean summit in Hanoi on Feb. 27, 2019. (Credit Image: © Yonhap News/Newscom via ZUMA Press)

Al tema ‘diritti umani’, Donald Trump s’è già mostrato allergico altre volte: il magnate presidente non l’ha sollevato nei suoi incontri con i presidenti cinese Xi e russo Putin, che non ne sono certo campioni, e neppure in quello con il principe ereditario saudita Mohamad bin Salman. Certo, evoca le violazioni quando c’è da dare addosso al regime venezuelano di Nicolas Maduro; ma, con quelli con cui ha a priori deciso di andare d’accordo, evita l’argomento. Con rare eccezioni: la Turchia – però, c’era di mezzo un pastore evangelico americano detenuto, e poi liberato, Andrew Brunson -; e l’Egitto, che si vide privare d’una fetta di aiuti (ma l’ordine venne dal Congresso).

Come volevasi dimostrare, non ce n’è traccia della questione nelle minute degli incontri preparatori (e nei briefing della vigilia) del secondo Vertice oggi e domani ad Hanoi tra Trump e Kim Jong-un, il leader nord-coreano. Un gruppo sud-coreano che si batte per il rispetto dei diritti umani denuncia, nell’imminenza dell’incontro, abusi e violazioni da parte del regime nord-coreano.

Un sondaggio, condotto dal gruppo che ha sede a Seul, e di cui dà notizia la Reuters, raccoglie racconti e testimonianze di 451 transfughi nord-coreani: tre su quattro hanno riferito di violenze e maltrattamenti, fino alla morte, nei confronti di familiari e parenti e uno su due le ha personalmente subite. Il silenzio di Trump contrasta con l’impegno, tradizionale per la diplomazia americana e confermato dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo, a denunciare le violazioni dei diritti umani “ovunque esse si verifichino”,

A Washington, i senatori democratici hanno scritto al presidente Trump, individuando Kim come “il leader del regime forse più repressivo al Mondo”. Ma il magnate non glielo rinfaccerà ad Hanoi, come non lo fece in giugno a Singapore, quando i due si incontrarono per la prima volta.

Sull’agenda del Vertice, ci sono la denuclearizzazione della penisola coreana e le concessioni che gli Usa potrebbero fare in cambio alla Corea del Nord, in termini d’abolizione delle sanzioni – progressiva e condizionata -, di concessione di aiuti, di apertura agli scambi. E la diplomazia sud-coreana, la più interessata con quella nord-coreana al successo del Vertice, nota che “i diritti umani non possono affermarsi, se non c’è la pace”. Che, nella penisola, divisa dalla frontiera più militarizzata al Mondo, manca da oltre tre quarti di secolo.

Trump e Kim sono già da ieri ad Hanoi, ma si vedranno solo oggi in serata: un colloquio e una cena, dopo che Trump, nella prima parte della giornata, avrà incontrato i leader locali. I due si rivedranno poi domani. Entrambi hanno avuto viaggi sfiancanti: Kim in treno da Pyongyang per tre giorni, passando per Pechino e arrivando fino alla frontiera tra Cina e Vietnam, dove è salito su un’auto per fare gli ultimi 170 km; Trump in aereo per venti ore di volo filate, senza contatti con i media – forse mai così tanto tempo senza tweet, da quando è presidente -.

Il Vietnam, scelto come sede di questo secondo Vertice, può essere di stimolo alla Corea del Nord: è l’ex acerrimo nemico degli Stati Uniti divenuto partner e ha un’economia in espansione, che adotta il modello cinese e profitta dell’export verso gli Usa. “Il boom vietnamita comincia nel 1995 con la normalizzazione delle relazioni con l’America”, dicono a Washington, suggerendo che qualcosa di simile potrebbe accadere all’economia nordcoreana.

Trump, tuttavia, in queste ore non avrà orecchi solo per Kim. Alla tv, c’è l’audizione al Congresso del suo ex avvocato Michael Cohen, l’uomo che comprava in nero il silenzio delle sue amichette perché non gli creassero imbarazzi (con Melania, la moglie, e gli elettori). La Casa Bianca assicura che il presidente non è minimamente preoccupato, ma Cohen, già condannato e parecchio screditato a livello personale, potrebbe vuotare il sacco sul linguaggio razzista del suo ex cliente, la sua salute e possibili reati. L’avvocato, che sarà sentito per tre giorni da tre diverse commissioni, è ‘sbarcato’ sul Campidoglio di Washington quasi in contemporanea all’arrivo di Trump ad Hanoi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+