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Pecker - National Enquirer
Governor Arnold Schwarzenegger claps after crowning Iris Kyle, of Huntington Beach, CA, as the overall winner of the Ms. Internation bodybuilding competition at the Arnold Fitness Weekend 2004 in Columbus, Ohio on Friday, March 5, 2004. At right is David Pecker, head of the AMI magazine group that owns Muscle & Fitness and Flex magazines where Schwarzenegger will be the new executive editor. Sacramento Bee/ John Decker/ZUMA Press

Negli Stati Uniti, “Roba da National Enquirer” era, fino a poco tempo fa, sinonimo di informazione poco attendibile: il National Enquirer era il ‘settimanale da super-mercato’ per antonomasia, quello che si compra alla cassa attirati dai titoli cubitali e dalla promessa di interviste esclusive a persone rapite dagli alieni e quindi restituite al nostro Mondo per potere raccontare la loro avventura.

Poi, un amico dell’editore, David Pecker, un uomo d’affari newyorchese di 67 anni, è approdato alla Casa Bianca, anche grazie ai favori del National Enquirer; e qualcosa è cambiato: il settimanale è diventato un giornale cui prestare attenzione perché attacca, al limite della diffamazione e magari oltre, i nemici di Donald Trump oppure compra in esclusiva le dichiarazioni di personaggi scomodi per l’inquilino della Casa Bianca, per non farle uscire e impedirne la pubblicazione altrove.

Così, l’accusa rivolta al National Enquirer dal numero uno di Amazon, e del Washington Post, nemico dichiarato del magnate presidente, Jeff Bezos, appare credibile: Bezos denuncia un tentativo di “ricatto ed estorsione” ai suoi danni. La proprietà del settimanale – racconta – lo ha minacciato via email di pubblicare foto di lui nudo inviate alla sua amante – e ora fidanzata -.

Bezos ha da mesi una storia con Lauren Sanchez, giornalista televisiva, moglie del suo amico Patrick Whitesell, uno degli agenti più potenti di Hollywood: la relazione tra Jeff e Lauren è all’origine del divorzio, recentemente annunciato, del finanziere dalla moglie MacKanzie, un’intellettuale e autrice schiva e riservata. A rivelare la storia è stato proprio il National Enquirer, pubblicando foto dei due insieme (ma vestiti).

Ora, Bezos scrive, in un post, che un legale della American Media Inc, il gruppo guidato da Pecker, ha inviato a un suo collaboratore alcune mail in cui si minaccia di mettere online sue foto osé: “ricatto ed estorsione” a parte, c’è forse dietro anche un tentativo di condizionare l’atteggiamento del Washington Post nei confronti del presidente Trump. Il giornale del Watergate è fra gli acerrimi nemici mediatici del magnate, accanto al New York Times e alla Cnn.

E, così, ci si ricorda che c’è Pecker dietro molte operazioni recenti di ‘killeraggio mediatico’ Usa, sempre ‘pro Trump’. Nato nel Bronx in una famiglia ebrea, contabile della Cbs a inizio carriera, Pecker è arrivato a essere un magnate dell’editoria dozzinale: American Media Inc, la sua società, pubblica una dozzina di testate, tipo ‘Muscle and Fitness’. Secondo l’Associated Press, nella sede del tabloid ‘ammiraglia’ della flotta Pecker c’era una cassaforte dove rimaneva chiuso materiale potenzialmente dannoso per Trump e destinato a non essere mai pubblicato, a restare inedito.

Proprio il National Enquirer, ad esempio, comprò le dichiarazioni di una ex coniglietta di Playboy, Karen McDougal, che sostiene di avere avuto una relazione con Trump. Indagato insieme all’avvocato personale del magnate Michael Cohen, Pecker si è visto concedere l’immunità: segno, secondo molti media, che l’editore ha in qualche modo accettato di collaborare con la giustizia. Come Cohen, condannato anche per avere comprato il silenzio della pornostar Stormy Daniels, altra partner occasionale di Trump, Pecker ha ammesso di avere tentato di influenzare le elezioni 2016, difendendo il magnate da notizie imbarazzanti e dannose: una testimonianza che smentisce quanto sempre sostenuto da Trump, che Karen e Stormy s’inventano tutto.

L’Ap fa riferimento a “pagamenti sottobanco” documentati riguardanti non solo Trump, ma anche altri vip, che accettavano di sborsare somme in nero perché le storie che li riguardavano restassero inedite. Un giornalismo alla rovescia, insomma, che cela – a pagamento – le notizie. Strano pulpito da cui lanciare filippiche contro la stampa di qualità.

Nel mirino di Pecker e dell’American Media Inc. è finito anche Ronan Farrow, l’autore dello scoop del New Yorker che aprì la diga alla serie di denunce di molestie sessuali a Hollywood, divenute l’onda #MeToo. Farrow afferma di essere stato ricattato, ”insieme ad almeno un altro importante giornalista”, dall’azienda di Pecker per le sue inchieste sui rapporti fra il National Enquirer e Trump.

Pecker, cui non manca il pelo sullo stomaco, non prende le distanze da American Media; anzi, fa dire che “nel coprire la storia di Bezos crediamo di aver agito legalmente”. Vista, però, la natura delle accuse “abbiamo deciso che indagheremo tempestivamente e scrupolosamente sui fatti, riservandoci di prendere tutte le azioni necessarie”.

Bezos scrive che nelle email inviategli si dice che le immagini verranno postate se lui e il suo legale non diranno il falso alla stampa, affermando pubblicamente di non aver alcun elemento per dire che la copertura della storia con la Sanchez è stata politicamente motivata o influenzata. Il proprietario di Amazon, che paga in borsa lo scandalo, perdendo quasi il 3%, ed editore del Washington Post chiama in causa il presidente: “E’ inevitabile che persone potenti pensino che io sono loro nemico. Il presidente Trump è una di queste persone, come emerge con chiarezza da suoi tanti tweet”.

Pecker agisce per assecondarlo e compiacerlo, forse senza neanche attenderne richieste o ordini. Capita anche al giornalismo americano, addestrato a essere cane da guardia del potere, di divenirne cane da salotto.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+