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Trump - stato dell'Unione - Congresso
February 5, 2019 - Washington, District of Columbia, U.S. - Reps. ALEXANDRIA OCASIO-CORTEZ, D-N.Y., right, high fives NYDIA VELAZQUEZ, D-N.Y., as Democratic members celebrate in the House Chamber as President Donald Trump recognized their achievement of electing a record number of women to Congress, during the State of the Union address on Tuesday. (Credit Image: © Tom Williams/Congressional Quarterly/Newscom via ZUMA Press)

Questa volta, Donald Trump ha davvero messo all’angolo i democratici, costretti, in quanto forza d’opposizione, a parlare male del suo discorso sullo stato dell’Unione, che è invece piaciuto – magari perché il tono era più pacato del solito e le parole meno contundenti – alla maggioranza degli americani che lo hanno ascoltato. La speaker della Camera Nancy Pelosi stronca l’appello all’unità del presidente: “Ci vorranno giorni per controllare tutte le falsità dette” da Trump, dice; “Invece di generare paura e inventarsi crisi al confine, dovrebbe firmare la legge per tenere aperta l’Amministrazione e trovare soluzioni per la sicurezza intelligenti”.

In realtà, il New York Times e altri media Usa hanno subito sottoposto a fact-checking il discorso del presidente, constatando un sacco di affermazioni false o fuorvianti o esagerate, ma pure alcune affermazioni corrette sull’economia e in politica estera: quasi un inedito, per il magnate, che ci ha ormai abituati a non dirne una giusta. La novità di tono e contenuti è stata percepita e apprezzata dall’opinione pubblica: secondo sondaggi a caldo di Cbs e Cnn, tre americani su quattro di quanti l’hanno seguito approvano il discorso e oltre il 70% approvano le affermazioni sull’immigrazione, scandite dall’insistenza sulla costruzione del muro al confine con il Messico.

A fronte di un’opinione pubblica schierata a fianco del magnate, c’è tutta la batteria degli aspiranti alla nomination democratica che fanno a gara a chi ne dice peggio. La senatrice Kamala Harris: “L’appello di Trump all’unità è traballante … Razzismo, omofobia, sessismo e antisemitismo sono reali in questo Paese e dobbiamo affrontarli”. Il senatore Cory Booker: “Il presidente per due anni ha cercato di dividere il Paese … Le sue azioni smentiscono le sue parole”. Chuck Schumer, leader dell’opposizione al Senato: “Il presidente invoca l’unità, ma non fa che dividere”. La giovanissima deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez: “Un discorso imbarazzante, una notte inquietante per il nostro Paese … Voliamo senza pilota”. Il New Yorker, settimanale radical della Grande Mela, le dà ragione: “Un disastro di discorso”.

Giudizi probabilmente condizionati da preconcetti, perché l’appello al dialogo e all’unità nazionale c’è stato, pur nel senso che gli altri devono stare a sentire e fare quel che dice lui, Trump. E’ stato lungo, 81 minuti, il discorso sullo stato dell’Unione rinviato di una settimana ‘causa shutdown’, perché la serrata dei dipendenti federali non garantiva all’evento adeguata sicurezza. La democrazia dà spettacolo di sé e il presidente offre l’immagine di un uomo al comando, ma anche di un uomo sempre più solo.

Trump chiede – il muro – e concede poco: offre terreni di intesa tutto sommato marginali e insiste sull’immigrazione e sulla volontà di innalzare la barriera al confine con il Messico, dove annuncia l’invio di altri 3750 militari per costruire, intanto, uno schermo umano – il magnate, però, non fa cenno all’eventuale ricorso all’emergenza nazionale, per reperire i fondi che il Congresso gli nega -.

In politica estera, il presidente difende le sue scelte: il ritiro delle truppe dall’Afghanistan (parziale) – i negoziati in corso con i talebani sono “costruttivi” – e dalla Siria – “Basta guerre senza fine” -; l’abbandono del trattato sugli euromissili con la Russia – è pronto a un nuovo accordo, dove ci sia anche la Cina -; l’appoggio all’auto-proclamato presidente venezuelano Juan Guaidò – “sostengo la richiesta di libertà del popolo venezuelano” -. E conferma un secondo incontro con il leader nord-coreano Kim Jong-un in Vietnam a fine mese, il 27 e 28 – “senza di me, oggi saremmo in guerra” -. Trump, inoltre, assicura che la sua Amministrazione “non distoglierà gli occhi dall’Iran”; ammonisce la Cina: “Basta rubarci lavoro e ricchezza”; garantisce che “l’America non sarà mai un Paese socialista”. E vanta i suoi successi: “Dopo due anni, siamo i numeri uno del Pianeta”.

Trump si prende una ‘standing ovation’ solo quando rende omaggio alle donne in Congresso – non sono mai state così numerose -: si alzano in piedi anche le democratiche, una grande macchia bianca, perché tutte vestono il colore delle suffragette e dei diritti di genere (l’anno scorso, avevano invece scelto il nero, il colore di #MeToo).

Forse perché il clima politico è cambiato, con i democratici rinfrancati dal voto di midterm e pronti a evocare scenari di impeachment sul Russiagate, Trump chiede pacificazione: “Basta con stupide guerre politiche e con queste indagini ridicole e di parte – quelle contro di lui, ovviamente, ndr -. No a vendetta e a resistenza, bisogna scegliere la strada della grandezza”: la ‘caccia alle streghe’, come lui bolla l’inchiesta sui contatti tra la sua campagna del 2016 ed emissari del Cremlino, rischia di bloccare l’America. Che ha, invece, bisogno di unità.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+