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Usa - razzismo - Charlottesville - KuKluxKlan
WASHINGTON, Aug. 12, 2018 People pay condolences to Heather Heyer at the street corner where she was killed in Charlottesville, Virginia, the United States, on Aug. 10, 2018. A year after a white nationalist rally traumatized Charlottesville, in the U.S. state of Virginia, with riots and blood, the city is still healing from the shock. On Aug. 12, 2017, white supremacists and members of other hate groups gathered in Charlottesville for a self-styled ''Unite the Right'' rally to protest against the city's decision to remove a Confederate statue before clashing violently with counter-protesters. After the riots were dispersed, an Ohio man associated with white nationalist groups drove a car into the crowd of counter-protesters who were marching peacefully, killing 32-year-old Heather Heyer and injuring 19 others. (Credit Image: © Yang Chenglin/Xinhua via ZUMA Wire)

Che non si dica più che gli Stati Uniti non rispettano i diritti civili e sono insensibili alla loro tutela, solo perché ci si ricorda, un po’ confusamente, di avere visto ‘Mississippi Burning’ o ‘Easy Rider’. L’Fbi ha recentemente aperto e condotto un’inchiesta per “terrorismo domestico” contro un gruppo che si batte in California per i diritti civili: nella circostanza, i ‘g-men’ si preoccupavano di tutelare i diritti civili di membri del KuKluxKlan e di neo-nazisti e suprematisti bianchi, considerando “estremisti” gli attivisti che li contestavano.

I fatti risalgono al 2016. Paradossalmente, la vicenda testimonia che gli Stati Uniti non solo sanno proteggere i diritti di chi si batte per la tutela dei diritti, come racconta il regista nero per eccellenza Spike Lee nel suo ‘Black KlansMan’ in lizza per l’Oscar – il film ambientato nel Colorado Anni 70 è basato su una storia vera -, ma si preoccupano pure di garantire la tutela dei diritti a chi si batte contro i diritti altrui.

Sembra un gioco di parole, ma è la ‘morale’ della notizia sviluppata da The Guardian, sulla base di documenti inediti, a partire dalla scoperta che i federali misero sotto sorveglianza il Bamn (By Any Means Necessary), un gruppo di sinistra, dopo che un militante nero era stato accoltellato durante una manifestazione di suprematisti bianchi. L’Fbi decise di appurare se c’era stata “cospirazione” del Bamn contro i “diritti” del KuKluxKlan e dei suprematisti.

I ‘federali’ guardarono ai militanti del Kkk come “vittime” e ai contro manifestanti di sinistra come a “una potenziale minaccia terroristica”. Quanto alle provocazioni del Kkk, l’Fbi le derubricò all’espressione del pensiero “di sostenitori di un’agenda suprematista bianca”. I controlli sul Bamn portarono a mettere sotto sorveglianza elementi del gruppo: fra gli indizi della “deriva terroristica” furono inclusi le campagne del Bamn contro “strupri e aggressioni sessuali” e contro “la brutalità della polizia”.

Tutto ciò accadeva nell’America di Obama presidente, dove gli agenti neri sparavano su neri inermi anche per sfogare la frustrazione che ci fosse un nero alla Casa Bianca. Nell’America di Trump, oggi, forse non c’è più bisogno che l’Fbi garantisca i diritti civili dei suprematisti bianchi: ci pensa il magnate presidente a farlo, mettendo sullo stesso piano le violenze del KuKluxKlan e le proteste dei loro oppositori, come accadde, nel luglio 2017, dopo gli incidenti di Charlottesville che fecero una vittima nera.

Non a caso Spike Lee, volle che il suo film uscisse nell’anniversario di Charlottesville, un’estate fa. E attualizzò la pellicola con scene di quegli incidenti e con il discorso del presidente ‘equidistante’ tra i due gruppi, che innescò una nuova ondata di tensioni razziali. L’elezione di Trump ha ridato forza e vitalità al KuKluxKlan e l’avanzata, altrove nel Mondo, di movimenti xenofobi e razzisti ne ha persino fatto un ‘prodotto da esportazione’: in Germania, la polizia ha recentemente scoperto e smantellato un gruppo “pronto ad azioni violente” ispirato al Kkk (si chiamavano ‘Cavalieri nazional-socialisti del KuKluxKlan in Germania’); e il neo-eletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro, delle cui tendenze di estrema destra nessuno può dubitare, ha platealmente rifiutato in campagna elettorale l’appoggio offertogli dal Kkk statunitense.

Per la cronaca, l’inchiesta dell’Fbi a tutela del KuKluxKlan e dei suoi accoliti e contro il Bamn è stata un buco nell’acqua: s’è chiusa con un nulla di fatto, non essendo emerse prove a sostegno della tesi d’accusa.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+