CONDIVIDI
Venezuela - Maduro - Guaidò
26 January 2019, Venezuela, Caracas: Numerous demonstrators listen to a speech by the self-proclaimed interim president Guaido in the Venezuelan capital. Guaido, who openly challenged Head of State Maduro with his self-proclamation and was recognized by several governments as interim president, announced an action plan for the coming days. (Credit Image: © Rafael Hernandez/DPA via ZUMA Press)

La buona notizia è che il livello di violenza in Venezuela non raggiunge l’intensità da guerra civile temuta: in 96 ore, si contano una trentina di vittime; e ieri non ce ne sono state, almeno ufficialmente. La cattiva notizia è che la turbolenza internazionale, sul Paese con due presidenti, nessuno dei quali pienamente legittimo, s’accresce.

Dopo scambi di messaggi fra i loro leader, Spagna, Francia, Germania e pure Gran Bretagna danno gli otto giorni a Maduro: o indice, entro una settimana, nuove elezioni politiche in Venezuela, o Madrid, Parigi, Berlino e Londra – ma la lista delle capitali presumibilmente s’allungherà – riconosceranno come legittimo il presidente autoproclamato Juan Guaidó. Il regime, però, rimanda ai mittenti l’ultimatum via twitter.

Benché espresso con modalità diverse, il messaggio dei vari Sanchez, Macron, Merkel e May collima: “Il popolo venezuelano deve poter decidere liberamente del suo futuro. Senza un annuncio di elezioni entro otto giorni, potremo riconoscere Guaidó come ‘presidente ad interim’ e sviluppare con lui questo processo politico. Lavoriamo intensamente con i nostri alleati europei”.

Più sfumata nei tempi, ma quasi coincidente nella sostanza, la posizione di Federica Mogherini. L’Alto Rappresentante della politica estera dell’Ue, che aveva già chiesto a Maduro di annunciare “nei prossimi giorni la convocazione di nuove elezioni”. Altrimenti “verranno prese diverse azioni” che porranno anche “il tema del riconoscimento della leadership” nel Paese latinoamericano.

L’Italia non è protagonista, perché la cacofonia fra le forze di governo è talmente alta che è impossibile esprimere un’opinione di governo. Matteo Salvini è, da subito, contro Nicolas Maduro è il suo regime “fondato su violenza, paura e fame”: “Quanto prima cade, senza ulteriori scontri. Meglio è”. Alessandro Di Battista, che è la voce ‘terzomondista’ del M5S, sensibile al richiamo delle sinistre bolivariste latino-americane, giudica invece senza finezze lessicali “una stronzata” aderire alla presa di posizione comune che si delinea nell’Unione europea.

Il premier Conte e il ministro degli Esteri Moavero, che hanno titolo per parlare, tacciono a lungo. Poi fonti di Palazzo Chigi affermano che il premier ha discusso con la Mogherini modifiche al testo dell’Ue, così che non vi compaiano riferimenti né a Maduro né a Guaidò. L’obiettivo italiano – riferiscono le stesse fonti – è di scongiurare l’escalation della violenza nel Paese e l’accentuarsi delle divisioni internazionali, cercando di stare con il popolo venezuelano e per una soluzione democratica, senza schierarsi né con l’una parte né con l’altra. Moavero s’allinea all’Ue.

Come prevedibile, la riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ieri, a New York, al Palazzo di Vetro, è una palestra di retorica, ma non conduce a nulla. Russia e Cina, grandi alleati del regime chavista, parlano di “tentativo di golpe in Venezuela” e “questione interna: “allora, perché non parliamo qui dei ‘gilets gialli’?”. Gli Usa, con il segretario di Stato Mike Pompeo, bollano il regime come “mafioso e illegittimo”, gli consigliano di non “mettere alla prova” la loro determinazione e invitano tutti “a unirsi alle forze della libertà in Venezuela”, riconoscendo Guaidó e sospendendo i rapporti economici e finanziari con il governo Maduro – la Banca d’Inghilterra ha già bloccato un prelievo di 1,2 miliardi di dollari in oro -.

Da Caracas, Maduro rilancia le parole del Cremlino e s’impegna a sconfiggere “il colpo di Stato che pretende di interferire nella vita politica del Venezuela, di mettere da parte la nostra sovranità e d’istituire un governo fantoccio dell’Impero americano”. E respinge l’invito a indire nuove elezioni: “Nessuno ci può dire se convocare o meno le elezioni”, afferma il ministro degli Esteri Jorge Arreza intervenendo alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; e ancora: “Chi siete voi per lanciare un ultimatum ad un governo sovrano? La vostra è un’ingerenza infantile”. Pure Cuba, il Nicaragua e la Bolivia, quel che resta della sinistra bolivarista oggi nell’America latina, denunciano l’interventismo statunitense e chiedono che cessi.

Lo scontro politico in Venezuela è divenuto istituzionale mercoledì, quando Guaidò, presidente dell’Assemblea nazionale, l’unica Camera del Parlamento venezuelano, s’è proclamato ‘presidente ad interim’, ottenendo l’immediato riconoscimento degli Stati Uniti, di numerosi paesi dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati americani, e di altre capitali. Ad esasperare gli animi dell’opposizione al regime, sono stati la crisi economica, il cui segno è l’inflazione spaventosa, e il disagio sociale, testimoniato dai milioni di esuli soprattutto verso Colombia e Brasile. Ma gli Stati Uniti hanno certo soffiato sul fuoco, penalizzando con le sanzioni e agendo sulla leva del prezzo del petrolio, l’economia venezuelana e incoraggiando l’opposizione. Le forze armate e la magistratura sono, invece, dalla parte di Maduro.

Un sondaggio diffuso ieri, ma la cui attendibilità appare molto dubbia, indica che oltre quattro venezuelani su cinque considerano Guaidò il presidente legittimo e vedono nell’autoproclamazione un motivo “d’ottimismo e speranza”, mentre appena un venezuelano su venti considererebbe Maduro il presidente legittimo. Nel contempo, sempre secondo i dati di Meganalisis, quasi il 90% degli intervistati pensa che i militari non riconosceranno Guaidò e quattro su cinque – addirittura – auspicano un intervento esterno, non è chiaro se solo umanitario o anche armasto. Il 70% sarebbe, inoltre, contrario all’ipotesi di amnistia lanciata da Guaidò nei confronti dei sostenitori di Maduro.

 

The following two tabs change content below.
Avatar
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+