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Onu - seggio - Germania - Consiglio di Sicurezza - quick fix
UNITED NATIONS, Jan. 25, 2019 German Foreign Minister Heiko Maas (Front) addresses a UN Security Council meeting on the impacts of climate-related disasters on international peace and security at the UN headquarters in New York, on Jan. 25, 2019. (Credit Image: © Li Muzi/Xinhua via ZUMA Wire)

Dalle ceneri tiepide dei suoi ripetuti ricorrenti fallimenti, rinasce – periodicamente – l’Araba Fenice del ‘quick fix’: l’idea, l’illusione, la tentazione di risolvere tutti i mali della governance mondiale con una sola mossa, far entrare la Germania fra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con – o meglio senza – diritto di veto. Non accadrà, neanche questa volta: non è accaduto in passato, neppure quando la Francia non era la sola a vedere bene questa soluzione Per Parigi, è un modo facile e indolore di dimostrare amicizia a Berlino e di meritarne benevolenza: francesi e tedeschi affermano un comune obiettivo, ben sapendo che non lo conseguiranno.

Se entra la Germania nel club dei ‘permanenti’, allora vuole entrare il Giappone, che ha l’appoggio degli Stati Uniti e che è la Germania d’Asia: una grande economia politicamente e militarmente ‘mortificata’ dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. E poi lo pretendono India e Brasile e Sud Africa, in nome proprio e degli equilibri geografici; e altri Paesi s’accodano.

Va avanti così dalla fine della Guerra Fredda. Le Nazioni Unite hanno un’architettura istituzionale che discende direttamente dall’esito della Seconda Guerra Mondiale: nel Consiglio di Sicurezza, composto da 15 Paesi, siedono in modo permanente, e hanno diritto di veto, le cinque potenze vincitrici del conflitto, che sono pure le cinque potenze nucleari ‘legittime’, Stati Uniti, Russia – come erede dell’Unione sovietica -, Cina, Gran Bretagna e Francia.

Fra le critiche mosse a questa ‘squadra’, c’è che l’Europa è sovra-rappresentata: con la Germania, lo sarebbe ancora di più.

Gli altri dieci Paesi ruotano: ogni anno ne vengono eletti cinque per un biennio, uno dell’Occidente, uno di quello che era una volta il blocco comunista, un africano, un asiatico e un latino-americano.

Nel tempo, il numero dei Paesi dell’Onu è cresciuto: dai 50 iniziali ai 193 attuali. La composizione del Consiglio di Sicurezza, dunque, appare a molti inadeguata, a partire dall’anacronistica divisione tra Paesi occidentali e del blocco comunista.

Negli ultimi 25 anni, sono state fatte numerose proposte di riforma: l’Italia ne è stata propugnatrice o partecipe. Fra le tante: abolizione del diritto di veto; ampliamento dei membri permanenti, a sei o a sette, cioè ‘quick fix’ con l’ingresso della Germania ed eventualmente del Giappone; allargamento da 15 a 20 dei membri del Consiglio di Sicurezza, con più Paesi ‘rotanti’; o creazione di una fascia di membri semi-permanenti – una decina – che si alternano più frequentemente degli altri.

Queste è la formula che pareva avere più chances di successo, Ma, quando si trattava di delimitare la fascia, i pretendenti erano sempre più dei posti disponibili: Germania e Italia; Giappone e Corea del Sud, ma anche inevitabilmente India e quindi Pakistan e Indonesia: Sud Africa e un Paese dell’Islam, l’Arabia Saudita o l’Egitto; Brasile, ma anche Argentina e Messico; e poi Canada e Australia; e, a quel punto, chi li tiene Turchia e Iran e magari Nigeria?

In questo infruttuoso esercizio diplomatico, si sono formate alleanza e cordate, si sono rinsaldate e poi rotte amicizie. E tutto è rimasto com’era, magari ‘arcaico’ e poco efficiente, ma almeno esistente (e non è detto che la novità garantirebbe più efficienza). L’Italia, poi, nell’attuale sistema sa farsi valere: con la Germania e il Giappone, è uno dei Paesi che ha fatto più bienni. L’ultimo, quello 2017/18, lo ha però dovuto spartire con l’Olanda, perché l’Assemblea generale, cui spetta l’elezione, non riusciva a esprimere una maggioranza né per Roma né per l’Aja.

Dal 1.o gennaio, è subentrata la Germania. Prove generali d’una permanenza prolungata? Nessuno ci crede, al Palazzo di Vetro: la riforma resta una chimera, la insegui ma sei rassegnato a non raggiungerla. Neppure con il ‘quick fix’.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+