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Usa - Russiagate - Stone
January 25, 2019 - Ft. Lauderdale, Florida, U.S. - ROGER STONE, after his release, outside the Federal Courthouse. Stone, an associate of Trump, was arrested and charged in a seven-count indictment, including one count of obstruction of an official proceeding, five counts of false statements, and one count of witness tampering. (Credit Image: © Amy Beth Bennett/Sun Sentinel/TNS via ZUMA Wire)

‘A9. Colpito!’. Il procuratore speciale Robert Mueller fa divenire una battaglia navale il Russiagate, l’inchiesta sui contatti tra la campagna elettorale di Donald Trump ed emissari del Cremlino. Tiro dopo tiro, la corazzata del magnate presidente s’inclina sotto le bordate, ma non affonda ancora. Questa volta, finisce agli arresti Roger Stone, un ex consigliere di Trump, suo intimo: compare in tribunale, si dichiara innocente, esce su cauzione di 250 mila dollari.

Un rito già visto con Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale, costretto a dimettersi; Paul Manafort, manager della campagna, lobbista degli ucraini filo-russi, e Rick Gates, suo socio; e Michael Cohen, l’avvocato personale di Trump, quello che gli pagava sotto banco le amichette perché tacessero. Tutti sono stati inquisiti, arrestati, condannati; e tutti, adesso, per uscirne meglio, collaborano con la giustizia.

Tutti meno Stone, almeno finora. Lui – fa sapere l’ufficio di Mueller – è sospettato di subornazione di testimone, ostruzione alla giustizia e false dichiarazioni. Il procuratore speciale sospetta, inoltre, che i responsabili della campagna gli abbiano detto di provare a ottenere da Wikileaks email rubate che potessero danneggiare i suoi rivali nella corsa alla nomination e, nella fase finale di Usa 2016, la sua antagonista Hillary Clinton.

Gli sviluppi del Russiagate s’intrecciano con la fine dello shutdown. Giunta al 35° giorno, la serrata dell’Amministrazione federale paralizza il La Guardia, uno dei tre principali aeroporti di New York, dove i voli restano paralizzati per disposizione della Federal Aviation Administration. Il caos contagia molti scali degli Stati Uniti; disagi e ritardi si fanno sentire anche a Newark e a Filadelfia.

Forse, Trump comincia a preoccuparsene. E così, dopo cinque settimane di paralisi dei servizi non essenziali dell’Amministrazione federale – 800 mila dipendenti senza stipendio -, il presidente e l’opposizione democratica trovano un accordo su una legge che stanzia fondi per riaprire, sia pure non al 100%, i servizi federali. Nel frattempo, andranno avanti le trattative su come e se finanziare il muro anti-migranti al confine con il Messico: Trump, dunque, non l’ha spuntata. Le anticipazioni di fonti di stampa sul compromesso venivano poi confermate da Casa Bianca e Congresso: il rito del discorso sullo stato dell’Unione, martedì 29, davanti al Congresso riunito in sessione plenaria, è salvo.

Torniamo al Russiagate. Arrestato all’alba a Fort Lauderdale in Florida, Stone è comparso ore dopo davanti a un Tribunale: il giudice gli ha imposto restrizione di movimento, che gli consentono solo di presentarsi in Tribunale in Florida o a New York. All’uscita dall’udienza, l’ex consigliere di Trump s’è difeso con vigore: “Le accuse sono false e politicamente motivate”, ha detto; e s’è impegnato a “non testimoniare contro il presidente”.

Stone ha anche denunciato il comportamento tenuto dagli agenti dell’Fbi e le modalità dell’arresto alle cinque del mattino. “Si sono presentati in 29, con 17 auto: hanno fatto irruzione, perquisito la casa, spaventato mia moglie e i nostri cani. Bastava che mi chiamassero”. L’uomo è parso sereno, nonostante l’apra contestazione della piccola folla che l’attendeva fuori dall’aula.

Neppure Trump ha gradito l’enfasi dell’arresto del suo ex collaboratore e tuttora amico: “E’ la piu’ grande caccia alle streghe nella storia del nostro Paese! I trafficanti di droga e di esseri umani sono trattati meglio. Chi ha avvisato la Cnn perché fosse lì (al momento dell’arresto, ndr)?”, twitta. E la Casa Bianca incalza: “Questa storia non ha nulla a che vedere con il presidente” che “non ha fatto nulla di male”: ritornelli che Trump e i suoi portavoce ripetono dall’avvio dell’inchiesta.

E invece non passa giorno senza una tegola sulla testa del presidente. L’avvocato Cohen denuncia d’avere ricevuto “minacce” e rinvia la deposizione in Congresso. E Rudy Giuliani, capo del team dei legali di Trump, si rimangia un’incauta dichiarazione sugli affari del magnate in Russia, specie sulle trattative per una Trump Tower a Mosca.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+