Home Europa Brexit: quando andarsene è più difficile (e caro) che restare

Brexit: quando andarsene è più difficile (e caro) che restare

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 16/01/2019 e, in versione diversa, per La Voce e il Tempo uscito il 17/01/2019 in data 20/01/2019

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Quasi mille giorni dopo il referendum del 23 giugno 2016, che decise contro i pronostici la Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, e a dieci settimane dal 29 marzo 2019, cioè il giorno della separazione, Londra getta di nuovo nel caos l’Europa: i Comuni bocciano l’accordo con l’Ue, decine di conservatori votano contro il proprio governo, la carriera politica della premier Theresa May pare chiudersi. Se restare nell’Ue è difficile, andarsene è estremamente complicato (e può risultare molto dannoso).

E’ una Waterloo, ma questa volta non vince Lord Wellington. E neppure i Napoleone di Bruxelles, che fanno quadrato, uniti e compatti, per tutta la trattativa. L’intesa sulle regole d’uscita, che vanno tutte scritte ex novo, perché non ci sono precedenti, non è incisa sulle scogliere di Dover, è solo tracciata sulla sabbia di Calais: l’onda dei Comuni la spazza via.

L’anomala sommatoria di brexiters ‘arrabbiati’, quelli che vogliono uscire dall’Ue e basta, senza tanti patteggiamenti, e anti-brexiters, quelli che non vogliono uscire per niente, di irlandesi che temono il ritorno della frontiera con l’Eire o la separazione dal Regno Unito, di forze d’opposizione che vedono l’opportunità di rovesciare i tories produce un voto senza sfumature: 432 no e 202 sì. Molto peggio, per la May, di quanto si pensava: una fetta di conservatori grossa le si pronuncia contro, è una batosta senza precedenti per un premier britannico da quasi un secolo in qua, esattamente dal 1924.

Gli scenari
Eppure, subito dopo un risultato parlamentare che annuncia incertezza e instabilità, la sterlina va su sul dollaro e sull’euro: operatori e investitori, ostili ad abbandonare l’Unione, hanno un momento d’euforia, scommettono che la bocciatura dell’accordo non condurrà a una Brexit senza intesa, cioè al ‘no deal’ che è l’incubo dell’industria e della finanza e che è una iattura per tutti, ma innescherà un allungamento dei termini del negoziato – con un’estensione della scadenza del 29 marzo fissata dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita di Londra dall’Ue – e in un rinvio della Brexit, magari nell’abbandono del progetto.

Nel gioco dell’oca tra Londra e i 27, giunti quasi al traguardo si torna alla casella di partenza: ipotesi di rinvio, ombre di crisi di governo, prospettive d’elezioni anticipate, timori di un divorzio no deal, sogni di rivincita referendaria. Il tutto complicato in salsa europea da scadenze istituzionali: a maggio, si vota per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e tutto è pensato e organizzato senza britannici; e se, invece, ci fossero ancora?

Non è neppure escluso che, sul voto di fiducia innescato dalla mozione di sfiducia del leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbin, la May ritrovi la maggioranza svanitale, anzi crollatale intorno, martedì sera: gli irlandesi della maggioranza, contro l’accordo sulla Brexit, le hanno subito confermato l’avallo. Il fatto è che l’eredita della May, oggi, non la vuole nessuno: c’è da superare l’impasse sulla Brexit, da affrontare una nuova trattativa, forse nuove elezioni anticipate – dopo quelle convocate nel 2017 dalla May, nella speranza, delusa, di consolidare la propria maggioranza -, forse un nuovo referendum, il cui esito non è affatto detto sarebbe diverso dal primo. E tutti sanno che il premier che toglie le castagne dal fuoco si scotta le dita e affronta il successivo voto popolare con poche speranze di uscirne bene.

Le reazioni europee
Anche Bruxelles e i 27 sono prudenti, non spingono nell’angolo la May e il suo governo: l’ipotesi d’una Brexit senza accordo è la peggiore per tutti, pure per l’Ue, sarebbe una iattura per gli oltre tre milioni di cittadini comunitari che vivono in Gran Bretagna, creerebbe tensioni finanziarie e commerciali. I presidenti del Consiglio europeo Donald Tusk e della Commissione europea Jean-Claude Juncker prendono posizione a tutto campo: “Questo accordo è e resta il solo e migliore modo per un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Ue. Ci rammarichiamo dell’esito del voto e chiediamo al governo britannico di chiarire che passi intende fare il prima possibile” – a saperlo! -.

Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani dice che da Londra arrivano “cattive notizie”. Il premier italiano Giuseppe Conte gioca, questa volta, la carta europea: avanti insieme agli altri Paesi Ue. Tusk e Juncker sono sicuri che i 27 resteranno “uniti e responsabili”, come lo sono stati per tutta la trattativa, condotta con compattezza dal fronte europeo, e cercheranno d’attenuare l’impatto della Brexit. Ma “continueremo a prepararci a tutte le possibilità, compreso uno scenario di no deal”: il veleno della politica è sempre nella coda.

E se alla fine non accadrà nulla?, mille giorni di paralisi europea per restare dove si era? I britannici hanno già fatto di peggio in passato: dal 1979 al 1984, Margareth Thatcher tenne inchiodata l’allora Cee sulla questione del ‘rimborso britannico’. Alla fine, recuperò sì qualche soldo, ma la Comunità di François Mitterrand ed Helmut Kohl le sfuggì di mano, verso l’Unione, l’euro, gli allargamenti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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