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Usa-Trump-Fbi-Comey
December 7, 2018 - Washington, District of Columbia, United States of America - Former FBI Director James Comey arrives at the Longworth House Office Building on Capitol Hill in Washington, DC on December 7, 2018. Comey met with members of the House Judiciary Committee during a closed door hearing. (Credit Image: © Alex Edelman/ZUMA Wire)

Ancora una volta, l’ombra di ‘The Manchurian Candidate’ s’allunga sull’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: l’approdo alla Casa Bianca, sventato nel remake del 2004 di ‘Va e uccidi’, un film del 1962, di un individuo assoggettato a una potenza straniera. Il New York Times rivela che l’Fbi non si peritò d’indagare se il magnate presidente lavorasse in segreto per la Russia, più o meno volontariamente, magari solo per incompetenza, e le sue azioni fossero una minaccia alla sicurezza nazionale.

La molla fu il licenziamento del capo dell’Fbi, James Comey, cui Trump chiese di andarci leggero con il Russiagate, l’inchiesta sui contatti tra emissari del Cremlino e la sua campagna. Comey fu cacciato il 9 maggio 2017: Trump s’era insediato appena 110 giorni prima.

L’Fbi si chiese se l’allontanamento di Comey potesse costituire ostruzione alla giustizia: un’ipotesi di reato tenuta pure presente dal procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller, nominato contro voglia da Trump dopo il licenziamento di Comey e l’ ‘auto-sospensione’ di Jeff Sessions, segretario alla Giustizia, nel frattempo ‘fatto fuori’ anche lui -. Le indagini allora abbozzate dall’Fbi sono ora confluite nell’inchiesta di Mueller, che ha già coinvolto e portato in giudizio numerosi ex collaboratori del magnate.

La notizia dei NYT suscita una reazione sopra le righe del presidente, che spara una raffica di tweet, e della Casa Bianca. “Wow, ho appena appreso dal ‘fallimentare New York Times’ che gli ex capi dell’Fbi, corrotti e quasi tutti licenziati o costretti a lasciare l’agenzia per alcune davvero pessime ragioni, avevano aperto una indagine su di me, senza motivo e senza prove, dopo il licenziamento del ‘bugiardo’ Comey, un viscidume totale!”.

Non è la prima volta che Trump e l’Fbi sono ai ferri corti, ma questa è forse la crisi peggiore, almeno a giudicare dalla virulenza dei termini. Nei tweet, Trump è un fiume in piena: Comey era “corrotto”, l’Fbi era “nel caos per la sua leadership”: il suo licenziamento “è stato un grande giorno per l’America”, “Tutti volevano il licenziamento di Comey, sia i repubblicani sia i democratici”. E ancora: “Comey è protetto dal suo miglior amico, Bob Mueller, e da 13 democratici arrabbiati, che non hanno interesse a perseguire la vera collusione, quella di Hillary Clinton, della sua campagna elettorale e del Democratic National Committee” – e qui torna una fissa di Trump, che lui e la sua campagna non fecero nulla di male, mentre la sua rivale dovrebbe scontare al gabbio colpe non meglio specificate -.

Anche la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, ancora al suo posto, nonostante la si desse in partenza dopo il voto di midterm, affianca il suo capo nella contraerea all’Fbi e al NYT: “Tutto questo è assurdo. Comey fu licenziato perché era incompetente, il suo vice Andrew McCabe pure licenziato è un bugiardo inveterato… A differenza del presidente Obama, il presidente Trump è duro con la Russia”. Tasto battuto pure da Trump: ”Sono stato più duro con la Russia di Obama, Bush o Clinton, probabilmente sono stato il presidente più duro” con Mosca, anche se “andare d’accordo con la Russia è una cosa positiva: mi aspetto che un giorno avremo buoni rapporti”.

Rudolph Giuliani, avvocato del presidente, alleggerisce la notizia: ”L’indagine risale a un anno e mezzo fa e nulla ne è emerso … vuol dire che non hanno rinvenuto nulla”.

La tempesta con l’Fbi mette la sordina allo shutdown, cioè la serrata dell’Amministrazione federale, da ieri il più lungo nella storia dell’Unione, e alle polemiche sul finanziamento del muro al confine con il Messico. Ma fa rumore l’indiscrezione del Financial Times che ci sarebbero Ivanka Trump, ‘prima figlia’, e Nikki Haley, una cocca di Trump, fra le papabili alla guida della Banca Mondiale, al posto di Jim Yong Kim, dimissionario dal 31 gennaio, con tre anni d’anticipo sulla sua scadenza. Le fonti del Tesoro Usa, cui spetta selezionare il candidato, né confermano né smentiscono.

Fra i democratici, aumentano gli aspiranti alla nomination 2020 alla Casa Bianca: scendono in lizza la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, reduce della guerra in Iraq, prima hindu in Congresso – era una ‘sanderista’ nel 2016 – e l’ex sindaco di San Antonio e ministro di Obama Julian Castro – era per Hillary nel 2016 -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+