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Afghanistan - Usa - ritiro
HERAT, Dec. 20, 2018 An Afghan vendor arranges watermelons ahead of Yalda Night in Herat province, western Afghanistan, Dec. 20, 2018. Eating nuts and watermelon is a tradition during Yalda Night. Yalda Night is celebrated on the longest night of a year, which is locally believed to be on Dec. 21, the eve of winter solstice. (Credit Image: © Xinhua Kabul/Xinhua via ZUMA Wire)

Quando, alle 13.00 di domenica 7 ottobre 2001, George W. Bush annunciò all’America l’attacco all’Afghanistan, per rovesciare il regime dei talebani, smantellare i santuari di al Qaeda e catturare Osama bin Laden, negli stadi del football di tutta l’Unione il discorso del presidente venne diffuso in diretta. E dagli spalti, in molti casi, si levò il coro patriottico ‘U-S-A, U-S-A’ e partì l’inno. Erano passate neppure quattro settimane dagli attentati dell’11 Settembre: quell’azione militare, che i più credevano sarebbe stata lampo, aveva il sostegno di oltre il 90% dell’opinione pubblica e, pur senza un avallo dell’Onu esplicito, non incontrò grosse opposizioni a livello internazionale.

Dopo 17 anni, Donald Trump s’appresta a dimezzare la presenza militare americana in quel Paese, grande due volte l’Italia, con 26 milioni di abitanti, montagnoso e brullo. I ‘ragazzi’ tornano a casa senza però potere sciorinare lo striscione ‘Mission accomplished’; e l’ultima vittima americana, finora, del conflitto è il generale James ‘cane pazzo’ Mattis. Il segretario alla Difesa, in disaccordo con il presidente sul ritiro dalla Siria e neppure informato del ritiro dall’Afghanistan, lascerà l’Amministrazione a febbraio: Trump, scrive Mattis nella lettera di dimissioni, ha diritto a un capo del Pentagono che abbia “idee allineate alle sue”.

Da quella domenica 7 ottobre 2001, sono passati più di 6.200 giorni. Tra conflitto e ricostruzione, gli Stati Uniti hanno speso, in Afghanistan, oltre 850 miliardi di dollari – il ritmo attuale è di circa 45 miliardi di dollari l’anno -. Complessivamente, la guerra è costata quasi mille miliardi di dollari – otto all’Italia -: 30 mila dollari circa per ogni cittadino afghano, in un Paese dove il reddito medio annuo si aggira sui 600 dollari . Combattimenti, bombardamenti, attentati hanno fatto circa 150 mila vittime, di cui almeno 30 mila civili, cui si aggiungono 3.500 militari stranieri caduti – circa 3000 gli americani, 53 gli italiani -, almeno 1700 contractors di varia nazionalità e oltre 300 cooperanti.

Uno sforzo e un sacrificio immani, che non hanno portato né il consolidamento della democrazia nel Paese né l’eradicazione delle coltivazioni d’oppio né la sconfitta dei talebani. Americani e loro alleati non hanno vinto la guerra e non hanno neppure vinto “la battaglia delle menti e dei cuori”, come recitava la retorica dei primi tempi. Ma hanno capito, si spera, tra Iraq e Afghanistan, che la democrazia non si esporta con i carri armati.

In tutto questo tempo, i protagonisti si sono avvicendati sulla scena dell’Afghanistan. Tre presidenti Usa: Bush che teorizzò la ‘lunga guerra’ al terrorismo integralista; Barack Obama, che per primo progettò il ritiro, ma, dopo la disastrosa esperienza irachena – via gli americani, l’Isis prese corpo e forza -, non lo attuò; e ora Trump, che vuole fare l’America grande chiudendola nei propri egoismi. Due presidenti afghani: il fascinoso ed elegante Hamid Karzai, l’uomo della Cia che rientrò in patria dal Pakistan in sella a una motocicletta – come la leggenda vuole ne sarebbe fuggito bin Laden -; e l’inconsistente e impotente Ashraf Ghani. Due capi dei ‘cattivi’, bin Laden, il fondatore di al Qaeda, scovato e ucciso in Pakistan il 2 maggio 2011, e il mullah Omar, presidente dell’Afghanistan dei talebani e poi capo degli insorti, fino alla morte per tubercolosi a Karachi nel 2013 – ammesso che sia vero -.

L’atteggiamento americano sull’Afghanistan è stato ondivago. Che la guerra non si sarebbe vinta e che lì ci si sarebbe impantanati era definitivamente chiaro fin dal 2004. Eletto con propositi di ritiro, Obama, nel 2009, attuò, invece, il ‘surge’, cioè un rafforzamento delle presenze militari americana e alleata, con l’obiettivo di creare le condizioni per andarsene. L’operazione sostanzialmente fallì: le forze furono ridotte, ma restarono circa 14 mila uomini. Che, adesso, saranno dimezzati, pare nel giro di qualche settimana, parallelamente al ritiro dei circa 2000 militari americani di stanza in Siria (ma lì, mentendo, Trump può pavesare il ‘missione compiuta’: l’Isis è stato ridimensionato, anche se al-Assad resta al potere). La linea è: “Non voglio essere il poliziotto del Medio Oriente”. Però, sul terreno resteranno 7000 militari e i ‘contractors’, i mercenari: pochi per vincere – ma sono già pochi ora -, giusto giusto abbastanza per auto-difendersi.

Le decisioni di Trump e le dimissioni di Mattis, in disaccordo con il presidente sull’Iran, sulla Siria e ora sull’Afghanistan, lasciano il presidente senza generali: tutti quelli che sono entrati nella sua Amministrazione – i consiglieri per la sicurezza nazionale Flynn e McMaster, il capo dello staff della Casa Bianca Kelly e ora Mattis – se ne sono andati. Segno che anche gente usa alla disciplina e ad eseguire gli ordini patisce l’imprevedibilità del presidente. Che al capo del Pentagono ‘brucia’ e svilisce pure la lettera di dimissioni, twittando che Mattis “va in pensione”: dagli anfibi direttamente alle pantofole.

I democratici stanno con Mattis contro Trump, che minaccia la serrata dell’Amministrazione, cioè lo shutdown, se non avrà i soldi per il muro al confine con il Messico – la legge di bilancio prevede 5,7 miliardi -. Il presidente è pronto a fare un sacrificio altissimo: se ci sarà lo shutdown, non andrà in vacanza a Mar-a-Lago, in Florida, e resterà a Washington. Quando si dice il senso del dovere!

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+