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Siria - ritiro - Usa
December 19, 2018 - FILE - President Trump has begun what will be a total withdrawal of U.S. troops from Syria, declaring they have succeeded in their mission to defeat Islamic State and were no longer needed in the country. A decision to pull out completely, confirmed by U.S. officials, coincides with the roughly 2,000 U.S. troops finishing up a campaign to retake territory once held by Islamic State militants. Pictured: December 12, 2014 - USS Makin Island, Arabian Gulf - US Marines off-load from a CH-53E Super Stallion helicopter from a mission aboard the Navy amphibious assault ship USS Makin Island in the Arabian Gulf. The Makin Island Amphibious Ready Group is participating in Operations against the Islamic State in Iraq and Syria. (Credit Image: © Cpl. D Morgan/USMC/Planet Pix via ZUMA Wire)

James ‘cane pazzo’ Mattis è uno dei pochi ‘pezzi da novanta’ dell’Amministrazione Trump che hanno finora resistito alle bizze e alle mattane del magnate presidente, tenendogli pure testa in più di un’occasione. Sulla Siria, i due non s’intendono proprio: le due volte che Trump ha ordinato azioni di forza dimostrative, bombardamenti missilistici politicamente immotivati e militarmente insignificanti, Mattis non era d’accordo e s’è sforzato di limitare i danni, scegliendo obiettivi poco sensibili e riuscendo soprattutto a evitare incidenti con i russi, che hanno nell’area una presenza d’uomini e mezzi ben più rilevante.

Adesso, Trump vuole venirsene via dalla Siria, perché – dice – la guerra contro l’Isis, il sedicente Stato islamico, è finita. Mattis, invece, punta i piedi: c’è ancora da fare e, soprattutto, non bisogna abbandonare i curdi, senza i quali gli integralisti sarebbero ancora a Kobane e fors’anche a Raqqa, alla mercè dei turchi, che non vedono l’ora di dare loro una lezione. Trump dà ai curdi il benservito “in trenta giorni”, il tempo del ritiro; e a Washington non si esclude che Mattis, stavolta, dia l’addio a Trump.

Il Wall Street Journal rivela che gli Stati Uniti stanno preparando il ritiro totale delle loro forze – poche migliaia di uomini – dal nord-est della Siria, dove sono concentrate: i funzionari americani hanno già iniziato a informare i partner dell’area del loro piano. Il New York Times racconta che, però, il Pentagono sta cercando di dissuadere la Casa Bianca da un passo giudicato prematuro e inopportuno, ma coerente con la linea di Trump di disimpegno da tutte le aree che non giudica vitali per gli interessi americani. Israele non avalla, ma non s’oppone: “Una decisione loro”, dice Benjamin Netanyahu.

E’ vero che la guerra dura ormai da sette anni e mezzo, 90 mesi, che l’Isis prima e gli insorti poi l’hanno persa, che il regime controlla di nuovo gran parte del territorio e che le tre potenze vincitrici, Russia, Turchia e Iran, si sono create loro aree d’influenza. Ma il ritiro americano lascerebbe i curdi esposti senza protezione a un’offensiva turca. Fonti militari hanno apertamente dichiarato al NYT che un ritiro sarebbe “un tradimento” dei curdi: gli Stati Uniti li hanno sempre usati – anche in Iraq, nel 2003 -, senza mai aiutarli a ottenere un loro Stato. I curdi, infatti, già denunciano d’essere stati “pugnalati alla schiena”.

Ma Trump fa sempre le cose facili: “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria”, scrive su Twitter, come fosse una sua vittoria, affermando che la lotta al sedicente Stato islamico era “l’unica ragione d’essere lì” – gli americani, a dire il vero, ci sono sempre stati poco, facendo la guerra ai miliziani con raid aerei -. Il Pentagono mette i puntini sulle i: “La lotta all’Isis non è finita – affermazione che pare pretestuosa, ndr -, anche se la coalizione ha liberato alcuni territori che erano in mano ai miliziani”, dice Diana White, portavoce del Ministero della Difesa, ammettendo però che gli Usa “stanno iniziando il processo di rientro delle truppe e si avviano alla prossima fase della campagna”.

Diversa la campana di Mosca, secondo cui la zona di Idlib è ancora sotto il controllo di Al-Nusra, una sigla vicina ad al Qaeda: lo denuncia la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo cui “la cosiddetta amministrazione che hanno creato, un ‘Governo di Salvezza’, si sta assicurando che qualunque simbolo di celebrazione del nuovo anno sia escluso dalla vita quotidiana perché offenderebbe i sentimenti religiosi”.

Russia, Iran e Turchia hanno espresso oggi la loro determinazione a compiere i necessari sforzi affinché la prima sessione del comitato costituzionale per la Siria possa essere convocata all’inizio dell’anno prossimo. Lo afferma una dichiarazione comune letta al termine di un incontro oggi a Ginevra tra i ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia con l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura.

Il comitato costituzionale dovrà dare alla Siria una nuova Costituzione e lavorare in uno spirito d’impegno costruttivo e di compromesso per una soluzione al conflitto, recita la dichiarazione letta dal ministro russo Sergei Lavrov. Lui, il turco Mevlut Cavusoglu e l’iraniano Javad Zarif auspicano l’avvio di un processo politico, “guidato e controllato dai siriani con l’aiuto delle Nazioni Unite “.

Ma de Mistura, pur apprezzando gli sforzi di Russia, Iran e Turchia, ritiene che vi sia ancora molto da fare per giungere a un comitato costituzionale credibile, equilibrato e inclusivo. Il diplomatico, giunto al termine del suo mandato, incontrerà il segretario generale dell’Onu a New York prima d’informare della situazione, oggi, il Consiglio di sicurezza il 20 dicembre 2018.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+