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Trump - Russiagate - Oxford
WASHINGTON, Nov. 20, 2018 U.S. President Donald Trump speaks to reporters before departing from the White House in Washington D.C., the United States, on Nov. 20, 2018. Donald Trump has submitted written answers to questions from Special Counsel Robert Mueller probing into the alleged Russian meddling in the 2016 U.S. elections, local media on Tuesday quoted the president's attorneys as saying. (Credit Image: © Ting Shen/Xinhua via ZUMA Wire)

La versione di Trump, che il Russiagate sia tutto una ‘caccia alle streghe’ costruita dai democratici con la complicità dei media, “mai così disonesti” perché parlano male di lui, ormai non regge più: sei americani su dieci pensano che il loro presidente “non dice la verità” sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali Usa 2016. L’esito del sondaggio Nbc/Wsj è perfettamente complementare alla divulgazione, in primis da parte del Washington Post, di un rapporto preparato per il Senato Usa da ricercatori della Oxford University.

Il Computational Propaganda Project and Graphika del prestigioso Ateneo britannico ha studiato milioni di messaggi postati sui social, forniti alla Commissione Intelligence del Senato da Google, Facebook e Twitter. I testi arrivano fino a metà 2017, quando le tre aziende chiusero gli account ‘russi’.

Si tratta della più ampia analisi accademica finora mai realizzata sulla campagna di disinformazione condotta dai russi, o da altri per loro conto, in vista di Usa 2016, per favorire l’elezione di Trump, o almeno sfavorire quella di Hillary Clinton, percepita come un nemico pubblico dalla banda Putin, e poi per sostenere, almeno all’inizio, il magnate presidente. Che oggi qualcuno al Cremlino si penta dell’operazione, fa parte dell’alea delle azioni ‘sotto copertura’.

Trump, che sente puzza di bruciato, cerca di smarcarsi dal Russiagate: apre un fronte di polemica con la Federal Reserve, che prepara un rialzo dei tassi d’interesse (“E’ incredibile che ci pensino”, twitta nell’imminenza della decisione, confermando che Jerome Powell, una sua scelta, è diventato un suo bersaglio); e minaccia di andarsene in vacanza a fine settimana con una serrata dell’Amministrazione pubblica, se il Congresso non gli finanzia il muro al confine con il Messico (forse l’ultima chance, visto che il Congresso, da gennaio, non sarà più tutto a guida repubblicana).

La ricerca dell’Università di Oxford fornisce dettagli inediti su come i russi operavano sul web per influenzare il voto negli Usa, dividendo gli americani in gruppi di interesse per messaggi chiave mirati, e raggiungendo il picco della propaganda nei momenti clou della campagna, come i dibattiti in tv e le convention.

“Ciò che è chiaro è che tutti i messaggi cercavano di favorire il Partito repubblicano e in particolare Donald Trump”, si legge nel rapporto, secondo quanto riferisce il Post. “Trump è menzionato soprattutto nelle campagne mirate ai conservatori e agli elettori di destra … La messaggistica punta a incoraggiare questi gruppi a sostenere la campagna Trump. Ai gruppi che potevano invece opporsi a Trump, venivano inviati messaggi per confonderli, distrarli o scoraggiarli dal voto”.

L’impatto è stato considerevole. Il giornale snocciola cifre del rapporto da Oxford: i post più popolari avrebbero generato 39 milioni di likes, 31 milioni di condivisioni, 5,4 milioni di reazioni e 3,4 milioni di commenti. Complessivamente, la campagna russa avrebbe raggiunto 126 milioni di persone su facebook e 20 milioni su Instagram – ma l’utilizzo di Instagram deve ancora essere approfondito -.

Contraddittorio con l’obiettivo di influenzare il voto è, invece, il fatto che il 57% dei messaggi presi in esame sono in russo e appena il 36% in inglese – il 7% restante in altre lingue -.

Per il WP, il rapporto della Oxford University costituisce la prova definitiva che agenti russi hanno aiutato Trump a vincere. Il giornale ricorda che lo scorso luglio la Commissione Intelligence del Senato aveva già condiviso le conclusioni contenute nel rapporto dell’intelligence Usa del gennaio 2017 sulle interferenze russe.

L’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller va avanti e incastra sempre più uomini vicini, almeno in campagna elettorale, all’allora candidato ora presidente. Due ex soci di Michael Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, sono stati incriminati perché sarebbero stati coinvolti nella campagna segreta di lobby condotta dalla Turchia nel 2016 per premere sugli Usa affinché espellessero il dissidente Fethullah Gulen, critico e avversario del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due, Bijan Kian ed Ekim Alptekin, sono accusati di cospirazione e di violazione delle regole sull’azione di lobby; Alptekin anche di avere reso false dichiarazioni all’Fbi.

Un altro segnale che il presidente sia preoccupato lo dà Rudolph Giuliani, capo del team di avvocati di Trump: Giuliani esclude esclude per l’ennesima volta, e categoricamente, che il presidente possa prestarsi a un interrogatorio di Mueller. “Dovranno passare sul mio cadavere”, ripete l’ex sindaco di New York, che ana l’espressione. Trump ha già fornito a Mueller risposte scritte e Giuliani teme che un interrogatorio possa tramutarsi in una trappola per fare cadere il presidente in contraddizioni con se stesso o per indurlo a mentire. Cosa che ha tendenza a fare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+