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Brexit - Ue - May
December 14, 2018 - Brussels, Belgium - Prime Minister of the United Kingdom THERESA MAY leaves a press conference on day two of the EU summit meeting at the European Union headquarters in Brussels. (Credit Image: © Thierry Roge/Belga via ZUMA Press)

Quando, martedì a metà giornata, Theresa May è giunta alla cancelleria di Berlino per incontrare Angela Merkel, seconda tappa del suo ‘giro d’Europa della disperazione’ sulla Brexit, la pioggia scrosciava fitta e fredda. La premier britannica non riusciva, però, ad aprire la portiera dell’auto e rimaneva bloccata dentro per qualche istante, mentre la cancelliera tedesca, in piedi, lì vicino, l’attendeva sul tappeto rosso. La scenetta, quasi una gag, non è sfuggita all’ironia dei social: “Come può la May pensare d’uscire dall’Europa se non riesce neppure a uscire dalla sua auto?”, si chiedeva beffardamente Politico.com.

Berlino era la seconda tappa del rapido tour organizzato dalla May alla vigilia del Vertice europeo di giovedì e venerdì, dopo che la premier aveva deciso di rinviare il voto ai Comuni previsto l’11 sull’accordo per la Brexit raggiunto con i 27 a novembre, ma che pareva destinato a essere bocciato dai deputati britannici. All’Aja, dal premier Mark Rutte, a Berlino dalla Merkel e poi a Bruxelles con i presidenti del Consiglio europeo Donald Tusk e della Commissione europea Jean-Claude Juncker, la May ha cercato sponde per una riapertura delle trattative, senza apparentemente trovarle.

Londra punta a strappare qualche concessione in più sul cosiddetto ‘backstop’ sul confine irlandese, fra Eire ed Ulster, per evitare l’impressione che l’Ulster resti nell’Ue e sia separata dal Regno Unito e per provare a rendere così l’accordo sulla Brexit accettabile da parte ddi Westminster. La risposta degli interlocutori della May, confermata, poi, dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì, che non avrebbe più dovuto occuparsi di Brexit, è stata chiara: l’intesa c’è e resta quella già fatto; se Londra non lo accetta, allora sarà Brexit senza accordo; oppure, non sarà Brexit; oppure ancora, i britannici potrebbero decidere di tornare alle urne e di verificare, con un secondo referendum, se – 30 mesi dopo il 23 giugno 2016 – vogliono davvero andarsene o se hanno per caso cambiato idea. Ipotesi come quella di un accordo Ue-Gran Bretagna ricalcato sul modello di quello Ue-Ucraina, all’origine fra l’altro delle tensioni con la Russia, appaiono più elucubrazioni da eurocrati che prospettive concrete.

A complicare le prospettive, è venuta, il 10, una sentenza della Corte di Giustizia europea, che riconosce al Regno Unito la possibilità a revocare in modo unilaterale e in qualsiasi momento l’istanza di Brexit attivata da Londra, tramite l’art. 50 del Trattato di Lisbona, a fine marzo 2017. Se apre una via di fuga dall’impasse attuale – ma il governo britannico dovrebbe fare marcia indietro, rispetto al referendum -, la decisione della Corte di Giustizia dell’Ue viene letta con preoccupazione a Bruxelles, perché può offrire un’arma di ricatto a governi che vogliono imporre proprie condizioni ai partner europei: minacciare l’uscita, ottenere migliorie, ritirare la minaccia, costringendo l’Unione a continui rinegoziati.

In ogni caso, gli ultimi sviluppi spezzano il filo sottile dell’illusione che il negoziato e l’accordo sulla Brexit potessero costituire un’occasione di rilancio dell’Ue. Scrive in proposito l’ambasciatore Antonio Armellini su AffarInternazionali: “Nella confusione che continua ad avviluppare la saga della Brexit, è sempre più difficile trovare un filo di Arianna. I Ventisette sono riusciti a mantenere la loro compattezza lungo tutto l’arco del negoziato: un risultato che in pochi si attendevano …. E’ un fatto importante, che ha contribuito a scardinare la strategia britannica … di dividere il fronte degli avversari per massimizzare il proprio vantaggio tattico … Attenzione tuttavia a pensare che, sull’onda dell’unanimità mantenuta a dispetto dei timori, possa venire un rilancio dell’idea europea … I Ventisette hanno saputo respingere una minaccia, ma mantengono intatte le loro contraddizioni e divisioni interne”. Quella che esce dal negoziato sulla Brexit non è un’Unione “disposta a cercare un nuovo terreno politico comune, su cui completare le pagine mancanti del libro dell’integrazione: dall’Unione economica alla composizione del dualismo comunitario/intergovernativo, alla sicurezza interna ed esterna, a modelli sociali e di solidarietà condivisi”.

Un rilancio convulso e disperato, più interno che europeo
L’analisi impietosa dell’ambasciatore Armellini fa da sfondo alle ultime giornate convulse e disperate della May, che va a giocare nelle capitali europee una partita interna. Ce la racconta, con humour britannico, il corrispondente da Londra dell’ANSA Alessandro Logroscino: “Il comunismo non c’entra nulla, questa volta. Lo spettro che si aggira per l’Europa ha le sembianze conservatrici d’una premier alla ricerca affannosa di qualche concessione supplementare dall’Ue, fra porte chiuse o semichiuse, per provare a rimettere in carreggiata l’intesa sulla Brexit dopo l’umiliante slittamento in extremis, di fronte a una bocciatura ormai certa, del voto sulla ratifica parlamentare, rinviando così la resa dei conti a un futuro approssimativo”, prima del 21 gennaio – un tempo politicamente lontanissimo, nell’attuale contesto.

Nei suoi contatti, la premier britannica ha incassato mani tese e manifestazioni di comprensione, ma anche la preventivata fermezza sul fatto che l’accordo sottoscritto – un volume di 585 pagine – “non si tocca”: “E’ l’unico sul tavolo”, ha ribadito Juncker; “Non è rinegoziabile”, ha ricordato la Merkel, all’unisono con altri. “Vogliamo aiutare, la questione è come”, s’è spinto a dire Tusk, lasciando aperto un mezzo spiraglio, dopo un confronto peraltro definito “franco”: aggettivo che i diplomatici usano quando la quadratura del cerchio non c’è.

O almeno non c’è ancora, a dare retta alla May, che spiega ai giornalisti che i nuovi colloqui sono “solo agli inizi”, assicura che la volontà di venirsi incontro “è condivisa” dagli interlocutori e insiste sull’esigenza di una qualche “rassicurazione ulteriore” per allontanare anche la sola ipotesi teorica d’entrata in vigore del backstop: il meccanismo vincolante di salvaguardia del confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord visto come fumo negli occhi da molti deputati della lacerata maggioranza parlamentare britannica.

Le indiscrezioni più ottimistiche evocano un possibile documento allegato, giuridicamente spendibile, che garantisca Londra sulla natura “temporanea” di questo strumento: un salvagente cruciale – e chissà poi se sufficiente – per la May, che va a sondare a Dublino il premier irlandese Leo Varadkar: parte in causa e titolare dell’ultima parola sulla materia in sede Ue.

Ma la verità è che tutto resta appeso a un filo, tanto da far tornare all’orizzonte l’ombra del ‘no deal’: la Brexit senza accordo, un divorzio traumatico che fa paura a molti di qua, ma soprattutto di là della Manica, in vista del quale, comunque, il governo May “intensifica i preparativi”, mentre l’inquieta Francia di Emmanuel Macron afferma di volersi “blindare”.

A Londra, sul piede di guerra sono politicamente in molti. Nel partito conservatore riprendono fiato le voci di una potenziale sfida all’attuale leadership da parte dei falchi brexiteer più oltranzisti. Mentre le opposizioni – pur divise sui tempi d’una mozione di sfiducia all’esecutivo e incerte sull’opzione tra elezioni anticipate e referendum bis come alternativa al caos – criticano la vaghezza sulla scadenza limite del 21 gennaio per un voto di ratifica dell’accordo. “Basta rinvii e trucchi – intima da Westminster il leader laburista Jeremy Corbyn -, il primo ministro permetta al Parlamento di votare o se ne vada”.

I 27 si mettono al riparo dai colpi di coda britannici
La scena vista da Bruxelles e dalle capitali dell’Unione ce la descrive, invece, Patrizia Antonini, che ha seguito per l’ANSA tutta la trattativa e gli ultimi sussulti. “A 100 giorni dalla Brexit – che deve scattare il 29 marzo 2019, ndr -, il caos che regna a Londra rafforza il rischio d’un’uscita traumatica del Regno Unito dall’Ue. Uno scenario di fronte al quale molti dei 27, con la Francia in testa, accelerano i propri preparativi”. La hard Brexit è “un’eventualità che lascerebbe profonde cicatrici sul volto dell’Europa, ma soprattutto su quello della Gran Bretagna, che appare un pugile suonato, con una sterlina ai minimi storici, proiettata verso una folle corsa dalle conseguenze disastrose”.

Le richieste britanniche di una riapertura del negoziato suonano a Bruxelles, così come a Parigi, Berlino, Madrid o – un po’ meno – Roma, quasi fantascienza. “Siamo a Fantasilandia”, ironizzano diplomatici europei, mentre al Justus Lipsius e al Berlaymont (i palazzi di Consiglio e Commissione europei) la missione della May lascia uno strascico di preoccupazione, perplessità e scetticismo.

Dalle capitali dei 27, viene un messaggio forte e chiaro: nessuno vuole rimettere mano all’accordo di divorzio, costato due anni di negoziato e trattative interminabili. La disponibilità al dialogo non manca, come non manca la voglia di offrire l’ennesima stampella alla claudicante premier, ma ci sono dubbi sulle possibilità che, alla fine, la May ce la faccia a Londra, non a Bruxelles. Si studiano soluzioni in punta di diritto e di diplomazia, per aiutare la premier a superare il test del voto, ma sull’ottimismo prevale lo scetticismo. Magari finisce che il Regno Unito resta nell’Unione europea non perché lo vuole, ma perché non riesce ad andarsene: almeno gli scozzesi saranno contenti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+