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Strasburgo - terrorismo - mercatini
December 11, 2018 - Strasbourg, France - Armed police secure an area near the Christmas market where a shooting occurred. At least four people have been killed and 8 others wounded. (Credit Image: © Christoph Schmidt/DPA via ZUMA Press)

Ho sempre avuto una spontanea sincera epidermica avversione per i mercatini di Natale. Dove – sia ben chiaro – il Natale non c’entra nulla. Sono i mercati che mi danno l’orticaria: di Natale o super, di rione o folcloristici, mi ci trovo a disagio, mi ci confondo, ci perdo la bussola – soldi no, perché tanto non compro nulla -.

Ma adesso che i mercatini di Natale paiono essere l’obiettivo privilegiato dei terroristi fatti in casa, o in carcere, dei Paesi nostri, mi sa che ci andrò a fare un giro. Così come cerco di essere in Francia il 14 Luglio – per un concerto di Ariana Grande, non sono ancora pronto, ma forse va bene anche uno show di vecchie glorie Anni Sessanta -.

Perché non basta più dire – credo – che i terroristi, di qualsiasi sigla, scuola, ideologia, religione siano, non ci indurranno a cambiare le nostre abitudini: ché, se lo facessimo, gliela daremmo già vinta. E’ tempo – credo – che cambiamo le nostre abitudini per sfidarli sul loro terreno, la paura, e per batterli con una loro arma, l’imprevedibilità.

Certo, sarebbe meglio se ci abbinassimo pure un pizzico d’efficienza in più delle forze di sicurezza: non le nostre, finora inappuntabili, dati alla mano, ma le francesi, belghe, tedesche e quant’altro. Possibile che ‘sti terroristi, cellule o cani sciolti o lupi solitari, siano (quasi) sempre noti alla polizia e che riescano, comunque, ad agire e magari pure a fuggire?

L’attacco di Strasburgo, nella sua tragicità, e finora nella sua indeterminatezza – il killer, che forse non era solo, in fuga; il bilancio delle vittime incerto; le circostanze, se azione improvvisata o organizzata, non chiare -, risveglia, nell’opinione pubblica europea, la percezione del pericolo, che s’era un po’ attenuata lungo tutto il 2018, un anno molto meno segnato dalla scia di sangue dei 2016 e 2017. E cumula elementi fattuali e simbolici: Natale a parte, morti e feriti di diversa nazionalità, nella città che è simbolo di pace tra Francia e Germania, d’integrazione europea, di diritti umani (oltre che del Parlamento europeo, è la sede della Corte europea dei diritti dell’uomo).

Sconfitto e dissoltosi tra Iraq e Siria il sedicente Stato islamico, l’Isis, e sbandatisi tra Afghanistan e Africa sub-sahariana i suoi miliziani, avevamo paventato che i foreign fighters tornassero a casa e colpissero qui da noi, scaricando fanatismo e frustrazione. Non è sostanzialmente successo: il che può averci dato una sensazione di sicurezza, i cui segni si coglievano nei controlli meno meticolosi negli aeroporti, per esempio, e nella rilassatezza degli operatori di fronte a fattori d’allarme – comportamenti anomali, bagagli o oggetti incustoditi, auto parcheggiate in modo improprio -.

Gli spari nella sera di Strasburgo, fredda e fino a quel momento festosa, non ci faranno ripiombare nel clima un po’ plumbeo del Natale 2016, ma ci restituiscono l’ansia della consapevolezza che la minaccia non è stata del tutto eradicata, che il pericolo sussiste. Stasera, vado a un mercatino. E, magari, mi prendo un pretzel. Ma mi guardo pure intorno. Tanto, le bancarelle non m’interessano.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+