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Usa - Trump - Kelly
December 3, 2018 - Washington, District of Columbia, U.S. - White House Chief of Staff John Kelly arrives inside the U.S. Capitol Rotunda for a ceremony honoring former U.S. President George H. W. Bush in Washington, U.S., December 3, 2018. REUTERS/Jonathan Ernst/Pool (Credit Image: © Jonathan Ernst/CNP via ZUMA Wire)

Generali in fuga dalla Casa Bianca. Ci vuole un sergente, di ferro, per mettere in riga gli scalmanati dell’ ‘inner circle’ del presidente Trump, la ‘prima figlia’, il ‘primo genero’, la ‘first lady’, che non va d’accordo nemmeno con il resto della famiglia. Come previsto, John Kelly, generale dei marines in congedo, capo dello staff, toglie il disturbo: un po’ perché non ne poteva più, un po’ perché lo cacciano. Nell’estate 2017, aveva sostituito Reince Priebus, un politico ‘bruciato’ in sei mesi dal magnate ‘showman’, più bravo a licenziare che ad assumere.

Kelly, che veniva dalla sicurezza interna, pareva l’uomo giusto, ordine e disciplina. Il problema è che quelli intorno a lui sono insofferenti della disciplina e intolleranti all’ordine. Trump è al terzo capo staff in meno di due anni, come è al terzo consigliere per la sicurezza nazionale: i primi due, entrambi generali, Michael Flynn e H.R.McMaster, sono stati bruciati, il primo dal Russiagate e il secondo per la sua ritrosia alla politica estera delle maniere forti (quella che piace al suo successore, un diplomatico, quel mezzo matto di John Bolton).

Per il presidente, però, le vere grane rischiano di arrivare, da un momento all’altro, dagli sviluppi del Russiagate: il procuratore speciale Robert Mueller avrebbe già le prove che i russi interagirono con almeno 14 elementi della campagna elettorale del candidato Trump. E il senatore democratico Adam Schiff, prossimo presidente della Commissione Intelligence, pronostica il carcere al magnate, per via dei pagamenti in nero a prostitute e conigliette sue ‘amichette’ per comprarne il silenzio.

Nell’attesa, Trump riempie i vuoti della sua Amministrazione allargatisi dopo il voto di midterm: alla Giustizia, ha messo Bill Barr, già ministro con Bush sr; e all’Onu una giornalista – della Fox, ovvio – dalla carriera bruciante, Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato. Al posto di Kelly, doveva andare Nick Ayers, 36 anni, “una persona spettacolare” –da un tweet del presidente-. Ma Ayers, piuttosto che prendersi una gatta da pelare del genere, in una Casa Bianca dominata da intrighi e tensioni, ha preferito dimettersi da capo dello staff del vice di Trump, Mike Pence: resterà, comunque, in squadra, lavorerà per la rielezione del presidente nel 2020.

Tutta colpa, ha subito twittato Trump, dei ‘fake news media’, che hanno bruciato la notizia: “Sto intervistando alcune persone eccezionali per la posizione di capo dello staff della Casa Bianca … Prenderà una decisione presto”. Secondo i media Usa, i principali candidati sono quattro: il direttore dell’ufficio del bilancio Mick Mulvaney, il deputato repubblicano Mark Meadows e due membri dell’Amministrazione, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin e il negoziatore del commercio Robert Lighthizer.

John Francis Kelly, 67 anni, nato a Boston da famiglia cattolica di origini irlandesi, cominciò a fare il mozzo sulle navi mercantili e poi a vent’anni si arruolò nella U.S.Navy. Passato al Marines e divenuto ufficiale, salì in grado fino a generale. Plurilaureato, sposato, tre figli, Kelly, in congedo, fu la prima scelta di Trump come segretario alla sicurezza interna: il Senato lo confermò nel giorno dell’insediamento del presidente alla Casa Bianca, con 88 sì e 11 no, segno di una stima bipartisan.

A fine luglio, Trump lo chiamava a fare il capo dello staff e lui provava a mettere ordine: via quelli che volevano comandare, come Steven Bannon, il guru della campagna, e via quelli troppo deboli, come il portavoce Sean Spicer; e via, dopo soli 10 giorni, l’improponibile capo della comunicazione Anthony Scaramucci. Ma con la famiglia Kelly non l’ha spuntata: Melania ce l’aveva con lui perché non aveva abbastanza riguardi per il suo staff; e Ivanka perché non la lasciava comandare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+