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Usa 2020 - democratici - Biden
October 20, 2018 - Washington, District of Columbia, U.S. - UNITED District of ColumbiaS - OCTOBER 20: Former Vice President Joe Biden speaks at the Nevada Democrats' early vote rally at the Culinary Workers Union Local 226 in Las Vegas on Saturday, Oct. 20, 2018, the first day of early voting in Nevada. (Photo By Bill Clark/CQ Roll Call) (Credit Image: © Bill Clark/Congressional Quarterly/Newscom via ZUMA Press)

In fondo, non la spara grossa Joe Biden, il vice-presidente di Barack Obama dal 2009 al 2017, quando dice di essere “la persona più qualificata per divenire presidente a Usa 2020”: il 3 novembre, gli americani dovranno decidere se confermare alla Casa Bianca Donald Trump o se darsi un nuovo ‘comandante in capo’. Biden, 76 anni, qualificato lo è di sicuro: senatore del Delaware per 36 anni, poi vice-presidente per otto, della politica sa se non tutto molto.

I sondaggi fatti subito dopo la sua sortita – l’occasione era la presentazione d’un libro nel Montana, non proprio lo Stato da cui lanciare una campagna democratica, dato che vota sempre repubblicano – sembrano dargli ragione: Biden, 28%, è in testa, davanti a Bernie Sanders, senatore del Vermont, nei favori dei potenziali elettori democratici e indipendenti, secondo un rilevamento Harvard Caps / Harris.

Il fatto è che i sondaggi per Usa 2020, oggi, misurano, più che il favore di cui un candidato gode, la sua notorietà. Biden e Sanders, indipendente e ‘socialista’, protagonista di un testa a testa con Hillary Clinton per la nomination democratica nel 2016, sono gli unici due personaggi democratici che possono vantare una notorietà nazionale – a parte Hillary, che per ora è fuori gioco, ma non è detto che lo resti -.

Terzo arriva Beto O’Rourke, enfant prodige democratico del Texas, che però sta al di sotto del 10% – è al 7% – perché, a livello nazionale, pochi ancora lo conoscono (e quei pochi sanno che nel voto di midterm ha perso il duello con il senatore repubblicano Ted Cruz, sia pure sfiorando il colpaccio in uno Stato tradizionalmente conservatore).

Biden, comunque, ci sta pensando – s’è dato due mesi di tempo per decidere -, come sta facendo almeno una ventina di democratici più o meno ‘ortodossi’: al via alle primarie mancano 13 mesi, ma già l’estate prossima i candidati alla nomination si faranno vedere nello Iowa, da dove si parte, frequentando case di riposo e  centri comunitari. Di qui ad allora, sapremo, un po’ alla spicciolata, se e come intendono muoversi i ‘vecchi’ Biden e Sanders, ma anche Hillary ed Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, icona ‘liberal’,  che non scese in lizza nel 2016 per non imbarazzare Hillary, ‘campionessa’ femminile. O i ‘nuovi’: O’Rourke, rimasto senza seggio alla Camera e libero di fare campagna da subito; o Kamala Harris, senatrice della California, o ancora Cory Booker, senatore del New Jersey, o Julian Castro, ex sindaco di San Antonio in Texas ed ex ministro nell’Amministrazione Obama, astro nascente ispanico un po’ appannato, ma intenzionato a correre. Pochi ne parlano, ma c’è chi ha già messo in tavola le proprie carte: John Delaney, 55 anni, deputato del Maryland, sarà in lizza per la nomination.

O’Rourke a parte, manca, fra i tanti nomi snocciolati, un rappresentante dell’onda democratica che un mese fa ha vinto il voto di midterm: giovani provenienti dai volontari ‘sanderisti’ 2016, spesso donne, talora ‘diversi’, che hanno il pregio del nuovo, ma che forse sono troppo nuovi per puntare alla Casa Bianca fra due anni. Al punto che Michael Moore, il regista, punta su Michelle Obama, popolarissima ex first lady (decisissima a non correre).

Ci sono invece gli alternativi: da Oprah Winfrey, che s’è chiamata fuori da Usa 2020, a George Clooney, di cui si parla a prescindere, passando per Mark Zuckerberg, un po’ handicappato dal ruolo di Facebook negli inquinamenti elettorali più recenti, Tom Steyer, miliardario grazie agli hedge funds, filantropo, ambientalista, liberal, e Howard Schultz, ex boss di Starbucks tentato dalla politica.

Nomi in libertà? Non quello di Michael Bloomberg, magnate dell’editoria, sindaco di New York per dieci anni, un ermafrodita della politica: è democratico o repubblicano a seconda di chi lo candida; ed è contro Trump, “sono in disaccordo – dice – con quasi tutto quel che fa”. Nel calderone di personaggi del business e dello spettacolo, lui pare l’unico ad avere chances e fondamento, nonostante l’handicap di essere un altro miliardario newyorchese, come Trump.

I sondaggi dicono che il candidato democratico a Usa 2020 si cela per ora agli americani e forse anche a se stesso: quasi un quinto degli intervistati non sa neppure chi indicare; e non è probabile che i democratici si affidino nel 2020 a Biden o a Sanders, dopo che nel 2016 la Clinton, che era l’usato sicuro, perse contro il candidato più improbabile, ma meno implicato con la politica, Trump.

“Beto è quel tipo di volto nuovo che potrebbe scuotere la corsa dei democratici”, spiega Mark Penn, co-direttore del sondaggio Harvard Caps / Harris. Fa meglio di tutti i nuovi che scaldano il motore, pure di Michael Avenatti, l’avvocato di Stormy Daniels, la pornostar che ebbe una storia con Trump e fu pagata per tenerla segreta – Avenatti, più che la nomination, cerca pubblicità -.

Un altro sondaggio per Usa 2020, che tiene conto di Hillary, vede sempre Biden e Sanders davanti; l’ex first lady è terza, anche se tre quinti degli intervistati non credono che si candiderà e più della metà la detesta.  Ma lei continua a tenere la porta della candidatura socchiusa.

Delaney a parte, i politici nicchiano. Bloomberg e Steyer fanno invece percepire le loro intenzioni: l’ex sindaco della Grande Mela visita città dello Iowa; Steyer frequenta la South Carolina, lo Stato che dà il via alle primarie nel Sud.

 

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+