CONDIVIDI
G20 - Argentina
December 1, 2018 - Buenos Aires, Buenos Aires, Argentina - Elite group of the Federal Police using new assault vehicles donated by China takes part in the security operation previous to the bilateral meeting by Argentina's President Mauricio Macri and the President of the Russian Federation Vladimir Putin (Credit Image: © Patricio Murphy/ZUMA Wire)

L’ambasciatore Sergio Vento, che rappresentò l’Italia a Parigi, all’Onu, a Washington, è spietato, nel tracciare la parabola del ‘governo internazionale’ negli ultimi trent’anni: dal Mondo bipolare della Guerra Fredda a quello unipolare degli Anni Novanta, che fece pensare alla‘fine della storia’, a quello multipolare della ricerca di formule per governare, senza riuscirci, la globalità. Inadeguato il G7/G8/G7, si giocò senza troppo crederci la carta del G20, rivitalizzato da Obama a Pittsburgh nel 2009 in chiave anti-crisi. Non c’era certo bisogno del G20 di Buenos Aires, a inizio dicembre, per avere la prova che il G20 è inefficiente e che il Mondo è ormai divenuto – dice l’ambasciatore Vento – apolare: i Grandi fanno per sé, o hanno la tentazione di farlo; e fra i piccoli c’è chi avverte la tentazione di scimmiottarli rincorrendo sovranismo e populismo, miscela letale d’instabilità e insicurezza, invece di camminare sulla via maestra della cooperazione e dell’integrazione.

Buenos Aires è stata per 48 ore la capitale del Pianeta, ospitando il 13° Vertice del G20, il primo in America Latina, e ovviamente in Argentina. Una città tenuta in ostaggio da una partita di calcio, il derby sia pure speciale tra Boca Juniors e River Plate, s’è consegnata a decine di migliaia di agenti delle forze dell’ordine, a un migliaio di delegati e funzionari e a qualche centinaio di contestatori – un tempo si sarebbe detto ‘no global’ – che più che le decisioni dei leader, poche e relativamente insignificanti, ne contestavano i costi.

La scena di un G20 “inconcludente” ispira al generale Mario Arpino, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, oggi apprezzato analista dell’Istituto Affari Internazionali, riflessioni acute e amare: “Solo i bilaterali, che non c’entrano niente con l’agenda, lo hanno vivacizzato un po’. Tutto il resto è noia, ripetitivamente noia. La nostra voce di ‘vecchio’ Occidente è sempre più flebile e finirà per scomparire”. A farsi sentire, invece, è quella, sgarbata e a tratti oscena, di Donald Trump in cui certo il ‘vecchio’ Occidente cui pensa Arpino, quello della Guerra del Golfo nel 1991, vinta da un presidente americano appena scomparso, George H.W. Bush, non si riconosce affatto.

L’agenda e i bilaterali
Sulla carta, il G20 doveva discutere di economia e finanza, di commercio, di riscaldamento globale, di lotta al terrorismo. Il fatto che vi sia stata, su tutti questi punti, una dichiarazione congiunta è già stato salutato come un successo, nonostante l’intesa sia stata raggiunta, come quasi sempre avviene, al minimo comune denominatore e riconoscendo l’esistenza di contrasti, specie su scambi e clima, dove la posizione degli Stati Uniti del presidente Trump è divergente da quella di molti altri leader. Al prossimo G20, tuttavia, l’America di Trump potrà contare su due alleati che a Buenos Aires ancora non c’erano: certamente il presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro e forse il messicano Andrés Manuel Lopez Obrador.

Dal punto di vista diplomatico, il Vertice in Argentina è andato meglio del G7 di giugno in Canada, quando Trump fece saltare l’intesa ‘a remoto’, dopo essere giunto a Singapore dove doveva vedere il presidente nord-coreano Kim Jong-un. Dal punto di vista sostanziale, un documento contestato, ma che indica una linea, è meglio di un documento condiviso che articola ovvietà.

Più vivaci, e più produttivi, gli ‘a margine’, cui ha pure dato un contributo l’Italia: a Buenos Aires, c’erano il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, entrambi più attenti agli scambi sulla manovra con i rappresentanti dell’Ue che al quadro generale -. Trump non ha visto il russo Vladimir-Putin, ufficialmente causa crisi russo-ucraina, e neppure, se non accidentalmente, il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman, che si sospetta sia il mandante dell’uccisione di Jamal Khashoggi; ma, a fine lavori, ha avuto un colloquio di ben due ore con il presidente cinese Xi Jinping, da cui sono uscite novità importanti, oltre che l’appoggio di Pechino a un secondo round Trump / Kim. Putin ha invece visto Mbs: pure qui si sono avuti sviluppi significativi – li vedremo -. In sordina, invece, gli europei, forse anche perché la missione argentina di Angela Merkel è stata turbata da un inconveniente aereo, che l’ha costretta a una tappa forzata ed a giungere in ritardo.

Usa-Cina: tregua dei dazi di 90 giorni
Tra Trump e Xi, è scoppiata la ‘tregua dei dazi’ – un po’ come era già successo tra Usa e Ue, prima dell’estate: i due leader si sono messi d’accordo per evitare nuovi dazi reciproci, dal gennaio 2019, così da favorire l’avvio di negoziati a tutto campo fra i due Paesi, della durata inizialmente prevista di 90 giorni. Non saranno sufficienti a risolvere tutti i contenziosi commerciali fra Washington e Pechino, ma potrebbero innescare alcune intese e, comunque, migliorare il clima reciproco.

Trump e Xi hanno pure concordato di “avere ulteriori scambi di visite in un momento appropriato”, ha detto Wang Yi, consigliere di Stato e ministro degli Esteri cinese, nella conferenza stampa in cui ha confermato l’impegno tra le parti per la ripresa dei negoziati bilaterali. Prima del faccia a faccia di Buenos Aires,, l’ultimo incontro fra i due leader risaliva a oltre un anno fa, quando il magnate fece visita a Pechino.

Secondo Trump, la Cina “ha accettato di ridurre e rimuovere i dazi sulle auto importate dagli Usa”, che “attualmente sono al 40%”. Il tweet del presidente va forse al di là degli impegni già presi, ma tocca un nervo dolente per l’Amministrazione americana: l’industria automobilistica, che aveva inizialmente accolto bene l’impegno di Trump a riportare il settore manifatturiero negli Stati Uniti o, almeno, a tamponarne la fuga verso il Messico o altre aree produttive, comincia a mostrarsi insofferente della ‘politica dei dazi’ che incide sui costi di produzione – un esempio: i dazi sull’import d’acciaio – e limita gli sbocchi all’export, innescando ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle misure Usa -.

C’è pure chi interpreta la malleabilità cinese in terra argentina come una mossa puramente tattica: prendere tempo e lasciare passare altri 90 giorni, che potrebbero diventare di più, aspettando che, magari, il vento dell’America cambi – la presidenza Trump è nella sua fase discendente e le elezioni di midterm un mese fa non sono state incoraggianti per il tycoon -.

L’intesa sul petrolio tra Russia e Arabia Saudita
Russia e Arabia Saudita hanno invece concordato d’estendere fino al 2019 la loro intesa per gestire il mercato petrolifero, nota come ‘Opec+’: di questo, soprattutto, hanno parlato Putin e Mbs, nell’imminenza della riunione a Vienna dell’Opec – in corso in questi giorni – e mentre Trump conduce una crociata per fare scendere i prezzi del petrolio, nel segno degli interessi industriali ed energetici americani.

L’Opec intende, piuttosto, tagliare la produzione per sostenere i prezzi. Ma il cartello dei produttori, che regola scelte e prezzi per garantire remunerazione adeguata a chi investe nel settore petrolifero, ha devuto registrare, dopo il Vertice del G20, la defezione del Qatar. A forza di tirargli le pietre, l’Emirato fa un atto di coraggio e getta il suo sasso nella pozza di petrolio della politica energetica mondiale: dal primo gennaio 2019 lascerà l’Organizzazione.

Il Qatar è dal giugno 2017 in aperto conflitto con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, che gli hanno posto un embargo commerciale, accusandolo di sostenere il terrorismo (e, soprattutto, di essere amico dell’Iran). Nella disputa, Washington sta con Riad e i suoi sodali.

Il comunicato che annuncia l’uscita dall’Opec non fa però cenno a queste tensioni: il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi parla di decisione “tecnica e strategica”, nega che la scelta sia funzione di questioni politiche o del boicottaggio economico e indica il “desiderio dell’Emirato di focalizzare hli sforzi nello sviluppo dell’industria del gas, implementando il piano per accrescere la produzione di Gnl da 77 a 110 milioni di tonnellate l’anno”.

Il Qatar continuerà a produrre petrolio – è l’11° produttore dell’Opec, di cui fa parte deal 1961 -, ma punterà soprattutto sul gas naturale liquefatto, di cui è il primo produttore ed esportatore mondiale: “Non abbiamo un grande potenziale petrolifero – dice il ministro – … Il nostro potenziale è il gas”. La mossa, avvenuta al di fuori del G20 – il Qatar non ne fa parte: è troppo piccolo – e a prescindere da esso, rafforza la sensazione di irrilevanza del Vertice.

Commercio e clima, gli Usa e gli altri
Per Trump, però, Buenos Aires è stata “un grande successo” per gli Stati Uniti, che rischiavano d’essere completamente isolati su tutti i temi forti in agenda, dal commercio al clima all’immigrazione – la prossima settimana, ci sarà l’incontro a Marrakech per il Global Compact dell’Onu sui migranti -. Invece , lo scontro è stato evitato e un compromesso è stato trovato: tutti sono contenti, perché nessuno sé impegnato a fare qualcosa che non vuole fare. Evitare un’escalation delle tensioni è stato forse suggerito dagli inquietanti segnali di un rallentamento dell’economia globale.

Ugo Caltagirone, dell’ANSA, racconta così le ore decisive: “Le trattative tra gli sherpa sono andate avanti per tutta la notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre, per trovare la quadratura del cerchio e scongiurare un insuccesso come quello del G7 canadese”. Trump, stavolta, s’era messo nelle mani del fidatissimo John Bolton, il consigliere per la Sicurezza nazionale, un falco teoricamente inadatto a qualsiasi compromesso, ma il cui lavoro ha dato gran parte dei frutti sperati dal suo boss.

Così, dalle conclusioni del Vertice è sparito il rituale passaggio sulla lotta al protezionismo “necessaria – ha sempre sostenuto il G20 negli ultimi anni – per difendere un libero scambio scevro da dazi e da altre barriere commerciali. Un riferimento inevitabilmente in contrasto con la dottrina dell’America First e dunque inaccettabile per l’Amministrazione Usa, che ne considerava l’eliminazione una condizione irrinunciabile. Nel testo del comunicato si prende solo atto genericamente dell’esistenza di ‘problemi commerciali’, che s’aggiungono ai fattori di rischio che si vanno materializzando per l’economia. Gli Usa, in cambio, hanno accettato di inserire nel testo l’impegno per una riforma del Wto, l’Organizzazione mondiale per il commercio, fortemente sostenuta dall’Europa e da altri Paesi tra cui Cina ed India. L’obiettivo è migliorare il funzionamento di quel meccanismo chiamato a comporre le dispute come quelle infinite tra Usa e Cina, controversie sulle tariffe, sui brevetti e sulla protezione del diritto di proprietà intellettuale”.

Resta poi la spaccatura sulla lotta ai cambiamenti climatici. E se i sostenitori dell’accordo di Parigi ribadiscono la necessità di una sua piena attuazione, alla vigilia della verifica in corso a Katowice, in Polonia, gli Usa ottengono l’inserimento di un paragrafo a parte in cui ribadiscono la loro uscita dall’intesa, sfilandosi da ogni impegno. Tra i passaggi saltati c’è la riaffermazione del legame tra l’azione dell’uomo e i cambiamenti climatici.

Un quadro che dà corpo all’analisi, un po’ nostalgica, del generale Arpino: “Al di là delle decisioni decotte (non vincolanti) e dei pochi incontri bilaterali, l’affollata kermesse anche quest’anno lascia la sgradevole sensazione che la nostra parte del mondo si stia incagliando e con essa la civiltà di cui è stata a lungo portatrice. Gli Usa si limitano a tutelare i loro interessi. Rassegnato al lento declino, l’Occidente ha perso capacità di attrazione e reagisce solo in seconda battuta. Eppure, con la forza delle idee e con l’inventiva per trasformarle in realtà che oggi chiamiamo tecnologia, ha dominato per secoli gli eventi di un Pianeta” che è oggi più grande, più diverso e più difficile.

 

The following two tabs change content below.
Avatar
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+