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Khashoggi - Coppa
May 9, 2018 - Rome, Lazio, Italy - 9th May 2018, Stadio Olimpico, Rome, Italy; Coppa Italia Football Cup final, Juventus versus AC Milan; Blaise Matuidi (L) and Miralem Pjanic (R) of Juventus challenge Frank Kessie of AC Milan Credit: Giampiero Sposito/Pacific Press (Credit Image: © Giampiero Sposito/Pacific Press via ZUMA Wire)

Khashoggi?, chi era costui? Il calcio italiano non permette che diritti umani e ubbie buoniste turbino i suoi affari: la SuperCoppa italiana si giocherà a Gedda, in Arabia Saudita, il 16 gennaio 2019. Scenderanno in campo i campioni d’Italia della Juventus e il Milan, finalista della scorsa edizione della Coppa Italia. La notizia è da ieri ufficiale: la partita si disputerà al King Abdullah Sports City Stadium, con inizio alle ore 20.30 locali (18.30 ora italiana).

Il clamore internazionale per l’abominevole uccisione il 2 ottobre dell’oppositore ed editorialista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul non scuote né la Federazione né le squadre. Chissà se fra i giocatori vi saranno obiettori di coscienza alla Roger Federer: il tennista svizzero, nelle scorse settimane, ha respinto l’invito a giocare un match d’esibizione profumatamente retribuito nello stesso stadio il 22 dicembre.

L’Italia, però, è altra pasta. Quella del tennis, nel 1976, accettava di andare a giocare nella Santiago del Cile di Pinochet, nello stadio che era stato prigione e luogo di tortura appena tre anni prima, pur di portare in Italia la Coppa Davis: Pietrangeli capitano e Panatta, Bertolucci, Barazzutti giocatori.

E quella della politica ammicca all’Egitto del generale golpista al-Sisi, dimentica di Giulio Regeni e del suo barbaro atroce omicidio: rimanda l’ambasciatore, non lesina visite e incontri, manda avanti, a fare il volto truce, inquirenti e magistrati, ma non ottiene giustizia; però salvaguardia gli affari dell’Eni. E il presidente della Camera Roberto Fico avverte il gelo della maggioranza intorno a sé, quando fa un passo nella giusta direzione e congela i rapporti con il Parlamento egiziano – gesto solo simbolico, senza impatto pratico -.

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fare spallucce di fronte al rapporto della Cia che chiama in causa il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, ormai Mbs, nell’omicidio Kashoggi suscita titoli critici sui media italiani. Mentre l’incontro tra il premier Conte e Mbs a Buenos Aires, a margine del G20, non suscita emozione: “Gli ho chiesto spiegazioni, un’inchiesta approfondita”. Mbs assicura che la giustizia sta già facendo il suo corso, come al-Sisi afferma di quella egiziana.

Certo, di mezzo ci sono gli affari. E l’Italia ne fa con l’Arabia saudita: certo, non a livello degli Usa cui Riad compra armi per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni; ma cospicui. Le vende anche le bombe usate nello Yemen, dov’è in corso una sanguinosa guerra civile e uno scontro per procura tra sunniti e sciiti, tra iraniani e, appunto, sauditi e loro alleati.

La scheda Info Mercati Esteri del sito del Ministero degli Esteri propone dettagliate informazioni sui rapporti tra Roma e Riad: : investimenti; presenze di aziende; accordi economico-commerciali fra i due Paesi; anche i flussi, ancora modesti, turistici.

L’interscambio, in calo negli ultimi anni, sfiora gli otto miliardi di euro e potrebbe quest’anno superarli, come già fece nel 2015: nei primi sette mesi di quest’anno, l’Italia ha esportato verso l’Arabia saudita beni per 1.855 milioni di euro, per i due terzi macchinari e apparecchiature industriali, e ne ha importato per oltre 2.923 milioni di euro, essenzialmente prodotti energetici, all’80% petrolio e derivati.

La politica? Evita d’intralciare gli affari, gira alla larga dai problemi – la legalità costituzionale della vendita di armi a Paesi in guerra è contestata dalle organizzazioni pacifiste -, fino a fare il pesce in barile nell’affare Khashoggi. E magari ci sarà pure un qualche ministro che andrà a vedere la finale della SuperCoppa – nel governo, i tifosi del Milan fanno bella mostra di se stessi -, sedendo accanto – chi lo sa? – all’ineffabile Mbs.

La lezione americana è diversa. Se Trump gioca alle tre scimmiette, il Senato di Washington non ci sta e vuole vederci chiaro, decidere che risposta dare all’impudenza saudita: lunedì, i senatori, dopo avere ascoltato un briefing del capo della Cia Gina Haspel, sono parsi convinti che Mbs abbia ordito e ordinato l’omicidio di Khashoggi. “Se il principe finisse davanti a una giuria, sarebbe condannato in 30 minuti”, ha commentato il repubblicano Bob Corker. E Lindsey Graham, altro repubblicano, ha fatto macabra ironia: “Non c’è la pistola fumante, c’è la sega fumante”, alludendo allo strumento che sarebbe stato usato per sezionare il corpo di Khashoggi.

C’è chi ha una coscienza, a Washington. E a Roma?

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+