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Bush sr - Barbara
November 30, 2018 - File - GEORGE H.W. BUSH, a patrician New Englander whose presidency soared with the coalition victory over Iraq in Kuwait, but then plummeted in the throes of a weak economy that led voters to turn him out of office after a single term, has died. He was 94. Pictured: January 22, 1990 - Saudi Arabia - President George H.W. Bush and first lady Barbara Bush visit US military personnel on Thanksgiving in Saudi Arabia. (Credit Image: © Ed Bailey/DOD/CNP via ZUMA Wire)

C’è chi sostiene che la famiglia Bush abbia superato la famiglia Kennedy, per influenza nella storia degli Stati Uniti. Di certo, sono due dinastie a confronto, la democratica ancorata nel Massachusetts a Hyannis Port; e la repubblicana, “in stile Ralph Lauren”, diramatasi da Kennebunkport nel Maine al Texas e alla Florida. I Bush sono riusciti – primi, dopo gli Adams a cavallo tra 18° e 19° Secolo, a portare padre e figlio alla Casa Bianca -; i fratelli Kennedy furono fermati da due assassini. Non si può, invece, parlare di dinastia per i Clinton, dopo che Hillary ha fallito il doppio assalto al potere nel 2008 e nel 2016, e speriamo non lo si debba fare in futuro per i Trump, ché Donald ha una figlia che scalpita.

Di George H.W. Bush, 41° presidente degli Stati Uniti, scomparso all’età di 94 anni, ci restano tre ricordi fermi e un’eredità. I tre ricordi sono la vittoria nella Guerra del Golfo del 1991, l’ultima guerra legittima combattuta dalla comunità internazionale con il pieno avallo dell’Onu; la sconfitta nelle elezioni del 1992, per mano di Bill Clinton; e il figlio, George W. Bush, che, senza Trump, sarebbe entrato nella storia come il peggior presidente Usa del dopoguerra. L’eredità è il calderone di crisi e l’intreccio di conflitti del Medio Oriente: se la questione palestinese era già cronica, e lo è rimasta, la matassa delle relazioni tra Baghdad, Damasco, Teheran, Riad non s’è più dipanata dopo il garbuglio della Guerra del Golfo.

Il capitale politico del Muro e del Golfo sperperato
Ex capo della Cia, ex ambasciatore degli Usa in Cina, ex vice-presidente di Ronald Reagan, Bush, quando entrò alla Casa Bianca, aveva compiuto tutto il cursus honorum d’un ‘civil servant’ Usa, dopo gli esordi come uomo d’affari, da petroliere milionario. Decenni vissuti al massimo livello: nelle foto che lo ritraggono con Mikhail Gorbaciov, che lo ricorda come “un vero partner”, è lui l’uomo forte, il notaio americano del crollo del Muro e della dissoluzione dell’Unione sovietica innescata da Reagan. Un po’ come, nelle foto – finora rare – che ritraggono insieme Trump e Vladimir Putin, è il russo, il leader che viene dal Kgb, quello sicuro del fatto suo e ‘in controllo’.

Uomo di petrolio, di potere, di mondo, Bush sr resta l’ultimo presidente della Grande Generazione che vinse la Seconda Guerra Mondiale – lui partecipò al conflitto e sopravvisse all’ abbattimento del suo aereo nel Pacifico – e pure la Guerra Fredda: educato come oggi non si usa più, nei modi e nei toni, coraggioso al punto da lanciarsi con il paracadute per il suo 90° compleanno,  più uomo d’ordine che leader di pensiero, sperperò, dopo la guerra del Golfo del ’91, un capitale politico eccezionale (con il figlio, è l’unico presidente dei tempi recenti il cui tasso di popolarità ha superato il 90%) e perse le elezioni perché l’economia cominciava a battere in testa e lui tradì la promessa tv fatta nel 1988, “Leggete le mie labbra: no new taxes”. Ne uscì con appena il 37% dei voti e lasciò per sempre la politica, proclamandosi “Nonno per sempre”. Tornò in scena solo a fini umanitari, come nel 2005 dopo l’uragano Katrina.

Storia di ‘Poppy’, un ‘aristocratico’ alla Casa Bianca
Alessandra Baldini, giornalista dell’ANSA, inarrivabile cronista dell’America, lo racconta così: “’Poppy’, come lo chiamavano in famiglia, faticava a mettersi in sintonia cogli affanni della gente, un limite imposto dal Dna a uno degli ultimi discendenti di quell’aristocrazia ‘wasp’ della East Coast che credeva di potere governare per diritto di nascita. Figlio di un ricco banchiere di Wall Street e senatore del Connecticut, George Herbert Walker Bush da piccolo andava a scuola con limousine e autista in livrea”.

Pur allevato nella bambagia, ‘Poppy’ mostrò stoffa da patriota in guerra. “Dopo la smobilitazione, sposò Barbara che aveva conosciuta a un party di Natale a Greenwich e partì per il Texas, a fare i soldi con il petrolio”: a Midland, c’è ancora la casa, modesta, della famiglia Bush, dove nacquero alcuni dei cinque figli, George W, Jeb, Neil, Doro e Robin, morta bambina di leucemia.

“Deputato dal 1966 al 1970, Bush non ce la fece mai a diventare senatore – scrive ancora la Baldini -. Il machiavellico Richard Nixon, che ne apprezzava “non il cervello ma la fedeltà”, lo fece nel ‘71 ambasciatore all’Onu e due anni dopo in pieno Watergate gli offrì di dirigere il partito repubblicano. ‘Poppy’ sopravvisse allo scandalo e nell’ ottobre 1974 – con Gerald Ford presidente – si riciclò come primo ambasciatore in Cina, carica che lasciò l’anno dopo per diventare capo della Cia. Nel 1980 – senza base di potere nel partito, ma da tutti considerato “molto amabile” – fece il colpo della vita: Ronald Reagan, a cui aveva cercato di tagliare la strada, lo cooptò a vice. Otto anni dopo, nel 1988, contro Michael Dukakis fu una gara senza storia”

Una figura di transizione alla Casa Bianca
La sconfitta nel 1992 fa di lui una figura di transizione alla Casa Bianca: il suo unico mandato pare quasi una prosecuzione di quelli di Reagan più che avere un’impronta sua propria. Fece soprattutto politica estera: a parte la disgregazione dell’Urss e la Guerra del Golfo, ‘Giusta Causa’ a Panama e ‘Riporta la Speranza’ in Somalia, in anni di cambiamenti epocali che inducevano il politologo Francis Fukuyama a parlare di ‘fine della storia’.

Nella Guerra del Golfo, alcuni, fra cui i Neo Cons americani e suo figlio, gli rimproverarono d’avere lasciato l’opera a metà, fermando le truppe sulla via di Baghdad senza rovesciare il regime di Saddam Hussein, perché il mandato dell’Onu era di restituire al Quwait la sovranità. Erano tratti del suo carattere, la mancanza di determinazione e di cinismo. Ma su Twitter, qualcuno sabato scriveva: “Non lo vorranno né gli angeli né i demoni. Ovunque andrà, troverà Saddam ad aspetterlo a braccia aperte”.

Con lui se ne va un’America “più buona e gentile” di quella attuale: quella dei “mille punti di luce” che si aiutano l’un l’altro a fare più grande il Paese, quella delle comunità solidali, dove ricchi e potenti sono più rispettati che temuti, più attenti che arroganti. Da diplomatico quale in fondo era, pensava che è meglio avere alleati piuttosto che nemici; e sapeva diventare amico degli avversari, come testimonia Bill Clinton, che gli si dice “per sempre grato” per la loro amicizia. Barak Obama lo ricorda come “un patriota e un umile servitore dell’America”.

Antonio Guterres, il segretario generale dell’Onu, ha ricordato “il grande sostenitore – e, in fondo, esecutore, ndr – dell’Onu”, contrapponendolo, in modo sottinteso, ma chiaro, all’acerrimo nemico del multilateralismo, il suo successore Donald Trump. Condoglianze arrivano dal Kuwait, indifferenza che rasenta l’ostilità dall’Iran.

“Voglio stare con Barbara e mio padre”
Il portavoce della famiglia Bush, Jim McGrath, ha spiegato che l’ex presidente, da anni sofferente del morbo di Parkinson e costretto su una sedia a rotelle, è deceduto poco la sera del 30 novembre, l’alba del 1° dicembre in Italia. Otto mesi fa era già scomparsa la moglie, l’ex first lady Barbara, divenuta la ‘nonna d’America’ – la loro coppia, 73 anni insieme, non diede mai spazio ai gossip -: “Voglio stare con Barbara e con mio padre”, ha detto al figlio George, che gli era accanto, rifiutando l’ennesimo ricovero in ospedale. Appassionato di golf, fino ai suoi anni ottanta era quello che in famiglia che se la cavava meglio con mazze e buche: a Kenneburport, i riti dell’estate erano la sfida a golf con i figli e le partite di pesca d’altura.

I problemi di salute non gli avevano impedito, almeno fino al 2016, di essere attento alla politica: non votò per Trump, che nella corsa per la nomination aveva bistrattato suo figlio Jeb, e anzi votò Hillary Clinton, in una nemesi del ’92; e fu spesso critico delle scelte divisorie del presidente. Però, la famiglia ha invitato Trump ai funerali, mercoledì 5 dicembre: il presidente ha telefonato ai figli George W. e Jeb e ci sarà.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+