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Mbs - Tunisia - G20
November 27, 2018 - Tunis, Tunisia - A few hundred protesters gathered at Habib Bourguiba Avenue, to demonstrate against the arrival of the Crown Prince of Saudi Arabia, Mohammed bin Salman. The demonstration was tied to the case of the murder of journalist Jamal Khashoggi. (Credit Image: © Chokri Mahjoub/ZUMA Wire)

E’ tormentata, la strada che conduce il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman al Vertice del G20 in programma a Buenos Aires venerdì 30 e sabato 1 dicembre: l’accompagnano gli anatemi dei difensori dei diritti dell’uomo, dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, un oppositore del regime saudita, e gli elementi raccolti dall’intelligence turca – il delitto è avvenuto a Istanbul – e americana. Ma nella capitale argentina il principe, ormai noto con l’acronimo Mbs, troverà anche amici d’affari: quelli per cui ‘pecunia non olet’ e il petrolio lava il sangue.

Ieri, a Tunisi, centinaia di persone hanno manifestato oggi nella centralissima Avenue Bourguiba contro la visita di bin Salman: cartelli, striscioni e slogan dicevano “Vai via assassino”, riferendosi all’eliminazione di Khashoggi. Fra le bandiere, molte le palestinesi – il principe piace agli israeliani più che a loro -. In una lettera aperta al presidente Béji Caïd Essebsi, i promotori delle proteste scrivono che la visita di Mbs è “provocatoria”, in “palese violazione dei principi della rivoluzione del 2011”: Mbs “è un pericolo per la pace e la sicurezza, un nemico della libertà di espressione”.

Nel fine settimana, Buenos Aires sarà il crocevia di tutte le crisi internazionali: quelle economiche e commerciali – la guerra dei dazi tra Usa e Cina –; quelle politico-militari – il riacuirsi delle tensioni tra Russia e Ucraina –; e quelle endemiche e ormai croniche – la guerra civile in Siria, le tensioni sul nucleare con l’Iran -. Crogiolo di tutti i contrasti mondiali la capitale di un Paese a sua volta sull’orlo di una crisi di nervi, dov’è difficile garantire anche la sicurezza di una partita di calcio.

In questo clima, molti occhi saranno puntati sul principe ereditario saudita, che cerca il confronto con i suoi interlocutori dopo essere stato indicato da inquirenti turchi e Cia come il mandante dell’assassinio di Khashoggi, i cui editoriali sul Washington Post gettavano discredito sul regime. Chi gli darà la mano?, chi gli parlerà?, chi accetterà, o chiederà, d’incontrarlo in bilaterale?

Il presidente Usa Donald Trump ha sfidato la sua intelligence e il suo Congresso, facendo sapere che non avrà problemi a incontrarlo perché “nessun può dire se Mbs sapesse, o meno, quanto sarebbe avvenuto nel consolato saudita di Istanbul in 2 ottobre, se ne abbia dato o meno l’ordine”. Criticato da senatori che vogliono aprire un’inchiesta, Trump non fa mistero delle sue convinzioni: prima gli affari poi i princìpi. E di affari con i sauditi gli americani ne fanno un sacco: armi per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni, petrolio che Riad lascia calare (anche se la caduta dei prezzi ieri s’è arrestata), gli interessi diretti della famiglia Trump e del ‘primo genero Jared Kushner.

Trump resterà poco al G20: lascerà i Grandi la sera del primo giorno per andare all’insediamento del nuovo presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, con cui spera d’avere rapporti migliori che con il suo predecessore Enrique Peña Nieto.

A Buenos Aires, Mbs non godrà della sponda egiziana del presidente al Sisi, suo sodale di guerra nello Yemen, convinto come lui che la ‘ragion di Stato’, o ‘di potere’, possa prevalere sul rispetto dei diritti umani e sul perseguimento della giustizia, come le vicende di Giulio Regeni e di migliaia di vittime della repressione mostrano cruentemente. E non avrà ancora la sponda del nuovo presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro, eletto, ma non ancora insediato.

Ci sarà, invece, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, durissimo con i sauditi nei giorni scorsi. Mbs lo vuole incontrare e il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha sorprendentemente detto che “non ci sono motivi” per cui ciò non avvenga, anche se “la decisione spetta al presidente”: il governo di Ankara ritiene che gli assassini di Khashoggi non abbiano “agito da soli”, ma non ha prove certe sui loro mandanti.

Il contraddittorio viluppo d’interessi e princìpi condizionerà l’atteggiamento di molti leader presenti al G20 verso il principe ereditario saudita: sulla carta, i più freddi dovrebbero essere canadesi e olandesi – i nordici, che sarebbero gelidi, non ci saranno -; in genere, gli europei non dovrebbero sdilinquirsi nei confronti di Mbs, anche se l’Italia gli vende bombe e la Francia non è adamantina con l’Arabia saudita. Quanto alla Gran Bretagna, non mostra nella vicenda Khashoggi lo stesso zelo che ha avuto, contro la Russia, nella vicenda Skripal.

Russia e Cina, che certo non fanno della tutela dei diritti una loro bandiera, sono più vicini all’Iran che all’Arabia saudita – ma la questione è indipendente dal ‘caso Khashoggi’ -. Asiatici e africani faranno i pesci in barile, il padrone di casa Mauricio Macri darà mostra di buona creanza: Human Right Watch ha chiesto all’Argentina di aprire un’inchiesta contro il principe, ma è improbabile che ciò avvenga. Mbs entrerà ed uscirà dal G20 a testa alta, ché i problemi morali non sono affare suo; altri leader, che se ne fanno campioni, terranno magari gli occhi bassi, per non incontrare i suoi e quelli dei loro elettori.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+