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Usa - midterm - democratici
November 13, 2018 - Lauderhill, , USA - Election workers recount votes during the Florida midterm election recount on Tuesday, Nov. 13, 2018, at the Broward Supervisor of Elections office in Lauderhill, Fla. (Credit Image: © Christian Colon/Miami Herald/TNS via ZUMA Wire)

Più passano i giorni e ci si allontana dal voto di midterm il 6 novembre, più i democratici scoprono d’avere davvero vinto le elezioni che pareva avessero pareggiato. Successe anche nel 2016, quando la conta dei voti popolari, giorno per giorno, dilatò il vantaggio di Hillary Clinton su Donald Trump a quasi tre milioni di suffragi, il 2% di quelli espressi (48,2% contro 46,1%).

Solo che allora contavano i Grandi Elettori e il loro verdetto era già stato espresso, pro Trump. Mentre oggi i verdetti man mano pronunciati portano seggi in più ai democratici, che ne guadagnano almeno 32 e magari 36 alla Camera – ne servivano 17 per riprendersi la maggioranza -, perdono due seggi al Senato – ma uno è ancora ballerino –, strappano ai repubblicani 9 governatori e 8 assemblee statali.

Per l’Ap, quella dei democratici non sarà magari stata un’ ‘onda blu’, ma è stato il miglior risultato del partito al voto di metà mandato dai tempi del Watergate, ossia dal 1974. La ciliegina sulla torta, del tutto inattesa, è stata la vittoria della democratica Kyrsten Sinema, tre volte deputata, nella corsa al Senato in Arizona, conquistando un seggio che i repubblicani tenevano dal 1994: la Sinema, prima donna apertamente bisessuale eletta in Senato, ha battuto l’ex top gun Martha McSally, aggiudicandosi il collegio lasciato libero dal repubblicano (anti Trump) Jeff Flake.

Nonostante i successi ‘in differita’, anche negli Usa il Partito democratico ha difficoltà a liberarsi del suo passato, che ha il volto di Hillary, candidata alla Casa Bianca battuta da Trump nel 2016, ed a guardare al suo futuro, che potrebbe avere il volto di un’altra donna, magari Kamala Harris, senatrice della California. Gli aspiranti alla nomination 2020 sono almeno una dozzina, soprattutto donne.

Kamala Devi Harris, 54 anni, giurista di formazione e sposata con un avvocato, madre indiana d’origine e padre giamaicano d’origine, ha il mix dell’America delle diversità che ha conquistato molti seggi nelle elezioni di midterm. Ma ha pure l’esperienza e la concretezza che a molte donne della onda rosa democratica ancora mancano.

Lei, che è di Oakland, appena a nord di San Francisco, rappresenta al Senato la California, insieme alla più ‘stagionata’ Dianne Feinstein, 85 anni. Se scenderà in lizza per la nomination dovrà vedersela con rivali più liberal, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, più anziana di lei di 15 anni, o più vicine all’ establishment, come sarebbe Hillary, senza contare le improbabili a vario titolo, ma amatissime, Oprah Winfrey e Michelle Obama.

Dell’ex first lady di Barack Obama è un fan sfegatato Michael Moore: secondo il regista, solo lei può impedire che Donald Trump sia rieletto: “Kamala Harris – dice – mi piace, ma non accadrà. Cory Booker – un senatore del New Jersey, ndr – mi piace, ma non possiamo candidare un politico contro Trump, perderemmo; dobbiamo candidare uno amato, come Michelle o Sully Sullenberger”, il pilota eroe che fece atterrare il volo 1549 sull’Hudson a Manhattan nel 2009 – tutti salvi a bordo .

Ma in corsa potrebbe esserci di nuovo la Clinton, che suoi consiglieri già descrivono come Hillary 4.0: avrebbe il 75% di popolarità tra i democratici – pare tanto, ndr – e una missione da completare, divenire la prima donna presidente. La nuova Hillary sarà molto più liberal e vicina alla sinistra, cavalcherà il movimento #metoo e si batterà per una stretta sulle armi, starà più tra la gente e sarà più coinvolta nella campagna elettorale, lasciando al marito Bill e a Obama il ruolo di raccogliere fondi; infine, si circonderà di un team di donne forti e professionali.

La Harris non ha la storia di Hillary, ma questa appare più una chance che un handicap. Ha studiato in buone università, prima di intraprendere una carriera in magistratura fino a essere eletta nel 2003 procuratore distrettuale di San Francisco e nel 2010 procuratore generale della California: è stata la prima donna, ma anche la prima afro e asio-americana in quel ruolo.

Nel 2016 si candida al Senato per succedere a Barbara Boxer, che si ritirava dopo quattro mandati, 24 anni. In giugno, è la più votata nelle ‘jungle primaries’ della California, cui partecipano candidati di tutti i partiti e che fanno accedere alle elezioni i due più votati. L’8 novembre batte, con il 62,5% dei suffragi, Loretta Sanchez – sono le prime elezioni senatoriali della storia della California senza candidati repubblicani -. Quest’autunno, l’America ha cominciato a conoscerla: come senatrice della Commissione Giustizia, è stata una delle più determinate antagoniste della conferma del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema: una battaglia persa, ma che l’è valsa la lettera bomba recapitatale a ottobre.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+