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Libia - Conferenza - Palermo
November 13, 2018 - Palermo, Italy - Photo Family at the Summit Italy-Libya 2018 in Palermo. (Credit Image: © Antonio Melita/Pacific Press via ZUMA Wire)

La stretta di mano – non è la prima – tra il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, e il capo del governo libico d’unità nazionale al Serraj c’è stata, davanti al premier italiano Giuseppe Conte, che assicura: “La conferenza di Palermo non s’è risolta in una ‘photo opportunity’”. Ma l’incontro non ha neppure portato a impegni precisi, a risultati concreti.

Il rappresentante dell’Onu per la Libia Ghassam Salamé lo giudica “un successo”, ringrazia l’Italia, trova che c’è stato, da parte dei libici, “un impegno serio”. Il premier Conte vede “buone possibilità” che la Conferenza nazionale della Libia, primo passo nella roadmap Onu verso le elezioni politiche, possa svolgersi a gennaio.

Ma screzi, dispetti, incidenti di percorso non mancano. Haftar, che lunedì aveva schivato la cena, diserta la plenaria, ma assicura che al Sarraj potrà restare al suo posto fino alle prossime elezioni. La Turchia, che si dice “delusa”, lascia la riunione in anticipo perché “il Vertice è stato divisivo, qualcuno ha abusato dell’ospitalità italiana”. Il presidente egiziano al-Sisi esorta a trovare “soluzioni complessive e unitarie della crisi libica”, senza schierarsi né con al Sarraj né con Haftar, che pure è un suo referente.

Nonostante la fiducia di Conte – “Sapevo che sarebbe venuto: m’aveva dato la sua parola” -, Haftar assoggetta incontri e lavori alle sue bizze: “Non parteciperemo alla conferenza neanche se durasse cento anni. Non ho nulla a che fare con questo evento”, aveva detto lunedì sera a una tv libica arrivando a Palermo. “Sono qui solo per incontrare il premier e dopo partirò immediatamente: vedo che ci sono tutti, ma non ho nulla a che fare con loro”. Infatti, l’incontro con al Serraj precede l’inizio della conferenza vera e propria, presenti le delegazioni più rappresentative, Onu e Ue, Egitto e Tunisia, Russia e Francia. Assente la Turchia, che, infatti, se la prende e se ne va.

Nella sessione plenaria, c’è stato uno scontro teatrale tra le delegazioni libiche. A quanto riferisce l’Adnkronos, la delegazione di al Serraj e quella del presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico, Khaled al Meshri, sono uscite dalla sala quando doveva parlare il capo della delegazione di Haftar. Il consigliere politico del generale, Fadel al-Dib, non garantiva – a loro dire – “una rappresentanza sufficientemente qualificata”.

Scaramucce cui i libici sono abituati e ci hanno assuefatti. Ma che il clima non fosse idilliaco lo confermano Salamé, che chiede uno stop agli scambi di accuse, e il premier russo Dmitri Medvedev, secondo il quale il problema è la mancanza di rispetto per il ruolo dell’Onu. Conte cerca di vederla in positivo: “Contribuendo alla stabilizzazione della Libia facciamo un favore prima di tutto ai libici, poi a noi stessi e anche all’Europa … Questa conferenza ha fatto compiere un passo avanti, un’ulteriore tappa verso questo percorso molto articolato che le Nazioni Unite hanno delineato”.

Il premier ha poi escluso che, in Libia, l’Italia abbia doppi fini economici e/o energetici: “Non intendiamo rivendicare alcuna leadership economica o politica o altro, significherebbe avere secondi fini … Siamo disponibili a valutare tutte le forme di aiuto e cooperazione che si potranno sviluppare in futuro, anche economica”, ma “è “prematuro ragionare su strumenti di cooperazione specifica per i nostri imprenditori”. Ma il nodo del petrolio c’è, specie tra Italia e Francia, e non è possibile eluderlo.

Nel giudizio sulla conferenza, la politica italiana è divisa lungo crinali di partito: positivo il M5S, che accusa la stampa di non riconoscere all’evento la valenza che merita; sostanzialmente indifferente la Lega; negative le opposizioni. Deluse le organizzazioni umanitarie, soprattutto perché il tema migranti è stato sostanzialmente eluso: “Ogni tentativo da parte del governo italiano di lavorare per la stabilizzazione della Libia e un vero e pacifico percorso di riconciliazione, partendo dalla definizione di elezioni democratiche, non può che essere condivisibile – dice dall’Oxfam Paolo Pezzati -. Ma ancora una volta, a Palermo, si è girato la testa dall’altra parte, senza assumere nessun impegno concreto per il rispetto dei diritti umani di migliaia di migranti, uomini, donne e bambini, che ogni giorno sono vittime delle più orrende torture e di abusi nei centri di detenzione libici”. La pace, la stabilità, la democrazia, e i migranti, possono attendere.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+