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Usa - midterm - Blexit

Dalla Brexit alla Blexit. Sul Daily Signal, la campagna di reclutamento dei neri ‘pro Trump’ va avanti da settimane: famiglie modello, lui e lei con i bambini, uno magari in carrozzina, in prima fila al comizio del presidente; oppure, il papà che va al lavoro in giacca e cravatta e accompagna a scuola i figli con l’uniforme dell’Istituto privato che costa un sacco; o la mamma che prepara le torte per i reduci. Nulla a che vedere con quei neri, magari disarmati, ma male in arnese e pure tatuati, ammazzati a pistolettate qua e là nell’Unione da poliziotti bianchi.

Daily Signal è l’organo di stampa della Heritage Foundation, un think tank conservatore votatosi alla Blexit, cioè alla campagna per convincere gli afro-americani (i black, appunto) ad abbandonare il partito democratico. Il movimento, lanciato in vista del voto di midterm, martedì 6 novembre, è guidato da Candace Owens, commentatrice ultraconservatrice, star dei ‘social’ e fan del presidente. A disegnare il logo è stato un altro transfuga della causa nera, il rapper Kanye West, noto soprattutto perché marito di Kim Kardashian, l’influencer ‘numero uno’ negli Stati Uniti: anche Kanye è passato a Trump, che lo ha ricevuto nello Studio Ovale.

La Blexit avviene sotto la regia di Turning Point Usa, di cui la Owens dirige la comunicazione e che ha appena organizzato la convention dei giovani leader neri e conservatori d’America. Se l’operazione è riuscita, lo si capirà nella notte tra martedì e mercoledì, dal computo dei suffragi, specie là dove il voto dei neri è determinante, Come in Georgia, dove Barack Obama è andato di persona a sostenere Stacey Abrams, che potrebbe divenire la prima governatrice nera dello Stato.

Nell’Unione, le ultime battute della campagna elettorale sono state segnate dalla violenza di destra, razzista e anti-semita: dopo una scia di lettere bomba, fortunatamente inesplose, tra il 23 e il 25 ottobre, contro esponenti democratici e, più in generale, oppositori del presidente Trump, la strage di sabato 27 nella sinagoga di Pittsburgh; e poi l’esercito – 5200 uomini, che potrebbero salire fino a 20mila – schierato alla frontiera col Messico per intercettare e bloccare una carovana di migranti; e il progetto d’attenuare lo ius soli, che è in Costituzione. Senza contare le provocazioni di Trump sui fronti internazionali, fino alla denuncia del Trattato Inf sui cosiddetti euromissili, che espone l’Europa e il Mondo a un rilancio della corsa agli armamenti, e alla reintroduzione delle sanzioni contro l’Iran – effettive da domani -.

La Blexit potrebbe risultare la provocazione di troppo: la goccia d’acqua che fa traboccare il vaso d’un Paese raso colmo d’intolleranza e esacerbazione, il cui presidente è un ‘divisore in capo’ che aizza le tensioni, si proclama nazionalista e sdogana i suprematisti accomunando nella denuncia razzisti e anti-razzisti. Il voto di Midterm “è un’elezione nazionale, un referendum su Trump”, afferma Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public opinion che ha fatto un sondaggio per la Npr, la radio pubblica Usa. Due terzi degli elettori ritengono che il presidente sarà il fattore che più influenzerà il loro voto alle elezioni di metà mandato.

Martedì 6 novembre, i cittadini americani rinnoveranno tutta la Camera – 435 seggi – ed un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -. Si vota pure per decine di governatori e assemblee statali e una ridda di referendum e consultazioni locali. I risultati diranno il giudizio degli elettori su quanto fin qui fatto da Trump, in chiave 2020: entrato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017, il magnate ha finora goduto della maggioranza sia alla Camera, dove i repubblicani hanno 235 seggi, sia al Senato, dove ne hanno 52. I sondaggi dicono che i democratici potrebbero conquistare la Camera e i repubblicani mantenere il Senato.

La campagna è stata aspra: candidati che s’insultano a New York, che si lanciano epiteti in Georgia, che spendono somme record per un seggio da governatore in Illinois. Trump è molto attivo, ma non tutti i candidati repubblicani apprezzano il suo appoggio: in Texas, a un comizio c’erano il senatore Ted Cruz, suo rivale per la nomination repubblicana, e il governatore Greg Abbott, ma il deputato John Culberson, eletto in un collegio di gente ricca e moderata, non s’è fatto vedere. E al suo arrivo a Pittsburgh, dopo la carneficina alla sinagoga ‘L’Albero della Vita’, ci sono state vivaci proteste.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+