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Ue - Gb - Brexit
October 20, 2018 - London, UK - Demonstrators take part in the 'People's Vote' march in central London, campaigning for a public vote on the final Brexit deal. Organisers are expecting over 100,000 to attend the demonstration. (Credit Image: © Tom Nicholson/London News Pictures via ZUMA Wire)

Mancano quattro mesi esatti alla Brexit, cioè all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, fissata al 29 marzo 2019. E sono passati 28 mesi dal referendum che sancì la Brexit, il 23 giugno 2016. Ma, a giudicare dallo stato dei negoziati, si potrebbe pensare che di mesi dal referendum ne sono passati quattro e che ne mancano 28 all’uscita. Perché molte cose sono ancora in alto mare, tant’è vero che si parla di un’estensione oltre il dicembre del 2020 della transizione post-Brexit: il che vorrebbe dire che di fatto Londra resterebbe nell’Ue ancora un bel po’ di tempo. E c’è pure chi evoca l’ipotesi che l’uscita avvenga senza un accordo sulle relazioni tra Regno Unito e Unione. O che non avvenga proprio, come hanno chiesto a gran voce domenica scorsa 700 mila britannici in corteo anti-Brexit. Se si votasse oggi, probabilmente il Leave perderebbe e il Remain vincerebbe; ma s’è votato allora ed è andata come è andata.

A non vederla così grigia è – forse unica – Theresa May: la premier britannica, che dovunque vada, dopo la sua performance al congresso del partito conservatore, sembra ormai muoversi sulle note di Dancing Queen degli Abba. La May ha detto lunedì scorso, 22 ottobre, ai Comuni che l’intesa sulla Brexit per un divorzio concordato fra Londra e Bruxelles è “fatta al 95%”, nonostante l’esito non positivo del Vertice europeo del 17 e 18 ottobre: i leader dei 27 hanno addirittura tolto dall’agenda un incontro a novembre sulla Brexit, perché non vi sono i presupposti per convocarlo.   Il laburista Peter Dowd ha ironizzato a modo suo sull’ottimismo un po’ ostentato della premier: “Anche il Titanic aveva completato al 95% il suo viaggio” quando urtò l’iceberg e affondò.

Il confronto ai Comuni – La May ha ammesso che una soluzione continua a non esserci sull’ostacolo residuo: il nodo del futuro status dell’Irlanda del Nord, che rischia ancora di fare saltare tutto, compreso il governo britannico, appeso al voto di tre deputati nordirlandesi.

Secondo Alessandro Logroscino, corrispondente dell’ANSA da Londra, il messaggio consegnato dalla premier ai Comuni è stato volutamente positivo: l’ennesimo aggiornamento sulle prospettive del negoziato con l’Ue s’è svolto in un clima teso, sullo sfondo di un clima di divisioni sempre più aspre nel Paese, oltre che di guerriglia contro la May fra i ranghi del suo stesso partito.

“Uno scenario perennemente in bilico – dice Logroscino -, ma dove la premier si ostina a guardare al bicchiere mezzo pieno. Consapevole che per la sua sopravvivenza al potere non c’è altro da fare se non proseguire sulla strada stretta della scommessa su un compromesso finale”.

Le questioni risolte, elenca, sono molte: dai rapporti con l’Ue su difesa e sicurezza, allo situazione di Cipro e di Gibilterra, alla tutela dei ‘diritti dei cittadini’ – i britannici nell’Ue e i ‘comunitari’ in Gran Bretagna -.

Sul dossier irlandese, la May premette che il ritorno a un confine “hard” tra Dublino e Belfast non ci sarà in nessun caso. Ma insiste sul ‘no’ al meccanismo di garanzia preteso da Bruxelles (il cosiddetto ‘backstop’), se fosse a tempo indeterminato e prevedesse un regime doganale diverso fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito: “Non credo che nessun premier britannico lo potrebbe mai accettare; e certo non l’accetterò io”, taglia corto.

Quanto alla proposta di un’estensione del periodo della transizione post-Brexit oltre la scadenza finora ipotizzata al dicembre 2020, la May puntualizza di non averla chiesta e di “non volerla”, se non come “alternativa al backstop”, per dare più spazio alle trattative sulle relazioni future in vista di un accordo definitivo che il governo britannico confida sancisca la nascita di un non meglio precisato “spazio doganale” comune fra i 27 e l’intero Regno Unito.

Detto questo, la premier esclude alcun ripensamento sulla Brexit. E contrappone alle invocazioni dei 700.000 scesi in piazza sabato a Londra per reclamare un referendum bis, la volontà degli oltre 17 milioni di elettori britannici che nel 2016 diedero ai politici il mandato di lasciare l’Ue. Perché – spiega – “il popolo ha già votato e ha votato Leave. E quando il popolo vota i politici eseguono, non gli chiedono di votare meglio”.

L’ottimismo e le precisazioni della premier non spengono né le contestazioni né le inquietudini. Ci sono quelle delle opposizioni: il leader laburista Jeremy Corbyn accusa il governo d’essere prigioniero delle sue divisioni, “incapace allo stato terminale” e intenzionato a proporre al massimo la scelta fra un cattivo accordo e “un disastroso no deal”. E ci sono quelle delle varie fazioni Tory: dai più moderati, che dicono no a un voto in Parlamento ‘prendere o lasciare’ sull’esito dei negoziati e confluiscono nelle file di chi sogna un secondo referendum; fino ai brexiteers radicali, che non vogliono nemmeno sentire parlare di transizione prolungata, fosse anche di pochi mesi. L’atmosfera è talmente pesante – racconta Logroscino – che “alcuni anonimi deputati conservatori ultrà si spingono a scatenare una bufera di polemiche evocando sulla stampa l’orizzonte d’una ‘killing zone’ per la leadership della premier, con immagini di accoltellamenti e di cappi”.

La scena a Bruxelles – Al Vertice di Bruxelles, s’è lavorato su un “rinviare per non rompere”: allungare, cioè, almeno di un po’, la fase di transizione post-divorzio, sostanzialmente prorogando lo status quo, per avere più tempo per trovare un accordo globale sulle relazioni future, ivi compreso il nodo dell’Irlanda del Nord.

La soluzione è pensata per dare ossigeno alla May, ma in realtà minaccia di esasperare quanti – suoi stessi compagni di partito, conservatori brexiteers – l’accusano di volere lasciare il Regno a metà del guado: fuori nominalmente dall’Unione, ma di fatto ‘vassallo’, impantanato in una terra di nessuno che l’eurofobo Sun di Rupert Murdoch ribattezza irridente ‘Brextra Time’.

“Probabilmente ci sarà una proroga del periodo transitorio”, ammetteva a fine Vertice il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, rilevando come l’incubo del ‘no deal’, un taglio senza accordo, “sarebbe dannoso e pericoloso” per tutti. Meno netta in merito la May: “Negoziamo per concludere la fase di transizione entro il termine già fissato del dicembre 2020”, ma se allora l’intesa sulle future relazioni non fosse ancora definita e ci fosse il pericolo di “un vuoto”, prolungare la transizione “di qualche mese” potrebbe essere “una soluzione”.

La May non vuole il ‘no deal’, temutissimo dalla City. E sa bene che i precari destini politici suoi e del suo governo sono legati alla capacità di portare a casa uno straccio d’accordo. C’è chi racconta che, per riuscirci, la May, nella cena fra leader del 17 ottobre, abbia messo da parte ogni residua eco di orgoglio thatcheriano quasi implorando i partner di facilitarle il cammino verso una quadratura del cerchio digeribile in patria.

C’è maretta fra i tories, c’è maretta fra i brexiters, c’è maretta fra i nord-irlandesi. E c’è chi calcola quanto costerebbe un prolungamento della transizione al Regno Unito: “versamenti miliardari” aggiuntivi al bilancio di Bruxelles, da pagare oltre al conto del divorzio da 39 miliardi di sterline già concordato. E i laburisti non accettano l’idea di un’intesa con Bruxelles da prendere o lasciare, senza possibilità d’emendamenti, in sede di dibattito ai Comuni.

Il parere dell’ambasciatore – Sulle prospettive della Brexit e sulla situazione interna britannica, l’ambasciatore Antonio Armellini, che è uno dei maggiori esperti di Regno Unito, ha consegnato una sua riflessione ad AffarInternazionali.it: “La Brexit –scrive – resta al centro del dibattito politico con una intensità inimmaginabile per il resto del continente e vede entrambi i maggiori partiti spaccati al loro interno”. Delle divisioni fra i conservatori abbiamo già detto. Il leader laburista Jeremy Corbyn “ha seguito le indicazioni che venivano dalla componente pro-europea e ha messo la sordina alla diffidenza nei confronti dell’Ue, pronunciandosi al congresso del Labour contro l’uscita dall’Europa e in favore di un secondo referendum”. Ma “c’è tattica prima che convinzione in questa linea e sarebbe ingenuo trarne l’idea di un vero mutamento di rotta nei confronti dell’Unione, perché l’obiettivo dei laburisti è di cogliere l’occasione di un accordo insoddisfacente per fare cadere la May e andare a nuove elezioni, con buone probabilità di vittoria. Dopodiché si potranno semmai rivedere le cose”.

“Man mano che s’avvicina alla conclusione, il gioco della Brexit – nota l’ambasciatore Armellini – si fa duro … Theresa May prima ha cercato d’inalberare toni ‘churchilliani’, poi ha aggiustato” tiro e proposte”. La cosa ha funzionato al congresso Tory e lunedì scorso ai Comuni: con ottimismo e vaghezza, la premier ha spiazzato i sostenitori della ‘hard Brexit’, aiutata anche dalla mancanza d’idee degli avversari, da Boris Johnson – concentrato soprattutto sull’attacco (fallito) alla leader – al più ‘dialogante’ Michael Gove, al talebano Jacob Rees-Mogg.

La linea dei brexiters conservatori s’incrocia, paradossalmente, con quella dei laburisti europeisti: gli uni e gli altri pensano che il solo modo per cancellare le conseguenze di un qualsiasi accordo siano elezioni che facciano saltare l’attuale governo.

Londra s’affanna e tribola. Bruxelles non ci pensa più di tanto: guai e grane stanno oltre Manica, una volta di più il Continente è isolato (e riparato).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+