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Usa - Trump - ordigni - media
October 24, 2018 - Sunrise, Florida, United States Of America - NO NEW YORK PAPERS, ..SUNRISE, FL - OCTOBER 24: The Broward Sheriff's Office bomb squad deploys a robotic vehicle to investigate a suspicious package in the building where Rep. Debbie Wasserman Schultz (D-FL) has an office on October 24, 2018 in Sunrise, Florida. A number of suspicious packages arrived in the mail today intended for former President Barack Obama, Democratic presidential nominee Hillary Clinton and the New York office of CNN..People: Debbie Wasserman Schultz Office (Credit Image: © SMG via ZUMA Wire)

Donald Trump ci ricasca, a mettere sullo stesso piano i violenti e le loro vittime: lo aveva fatto dopo i tafferugli di Charlottesville nell’agosto del 2017, razzisti e anti-razzisti accomunati nella condanna della violenza; e lo rifà ora mentre una scia di lettere bomba senza precedenti nella storia dell’Unione – almeno dieci ordigni, tutte indirizzate a suoi oppositori – attraversa la campagna verso il voto di midterm del 6 novembre. Non ci sono vittime, ma l’allarme è alto e la tensione forte.

Gli Stati Uniti, che hanno vissuto la psicosi dell’Unabomber, piombano in quella del serial bomber. Gli ultimi destinatari conosciuti degli ordigni postali sono l’attore e regista Robert De Niro, critico verso Trump – la bomba arriva al suo ristorante di Trebeca, a New York -, e l’ex vice-presidente Joe Biden, nel Maryland. A Washington, un edificio del Congresso viene sgomberato

In Wisconsin, Trump afferma che la violenza politica “è un attacco alla democrazia” e assicura: “Prenderemo i responsabili”. Ma poi il presidente, che ha messo alla gogna numerosi cronisti come “nemici del popolo”, dice che i media devono “dare un tono civile” al dibattito politico e “mettere termine alle ostilità senza fine” nei suoi confronti. Su Twitter, rincara la dose: li accusa di generare “la rabbia che vediamo”, pubblicando “di proposito storie false e inaccurate … I maggiori media devono rivedere in fretta il loro atteggiamento!”.

E la folla ai piedi del palco intona lo slogan “In manette!” all’indirizzo di Hillary Clinton, la rivale di Trump elle elezioni del 2016, ma pure la destinataria, con il marito Bill, di una lettera bomba.

A Trump risponde Jeff Zucker, il presidente della Cnn, la cui sede a Manhattan è stata sgomberata mercoledì, dopo l’individuazione di un ordigno: “La Casa Bianca non capisce per nulla la gravità dei continui attacchi ai media. Il presidente e la sua portavoce devono rendersi conto che le parole contano”. E John Brennan, ex capo della Cia, invita il presidente a “darsi una regolata” e a “cessare gli attacchi ai media. La Casa Bianca risponde: “E’ vergognoso” accusare Trump d’essere responsabile delle bombe ai suoi oppositori.

Gli inquirenti dell’Fbi e del Secret Service considerano gli ordigni recapitati tra martedì e ieri come un atto di “terrorismo interno”, probabilmente di matrice di estrema destra, e invitano tutti a essere vigili, perché “è possibile che altri pacchi siano stati o stiano per essere inviati in località diverse” da quelle già colpite. L’Fbi consiglia di “non toccare, muovere o maneggiare alcun pacco sospetto”.

A motivare l’ipotesi dell’unica mano – persona o gruppo -, il fatto che alcuni ordigni siano identici: tubi bomba di una ventina di centimetri, imbottiti di polvere esplosiva, da cui escono fili elettrici avvolti in un nastro nero per trattenere il detonatore. Ulteriori elementi arriveranno dopo l’esame delle impronte digitali e del dna, le perizie calligrafiche e il vaglio delle telecamere di sorveglianza degli uffici postali di partenza – ma alcune bombe sono state recapitate a mano -. Resta da accertare se gli ordigni , “potenzialmente distruttivi”, fossero confezionati per non esplodere.

Il serial bomber scuote una nazione divisa e destabilizza un Paese già sull’orlo di una crisi di nervi, con un clima politico radicalizzatosi al punto da indurre molti politici a lanciare appelli alla calma. Trump è sotto accusa perché alimenta, nei suoi comizi, paura e odio, che contagiano una campagna dove candidati si scambiano insulti, incitano al linciaggio dei criminali, sostengono che gli studenti dovrebbe andare a scuola armati di spray al peperoncino per autodifesa.

L’ “appello all’unità” del presidente, dopo la raffica di ordigni, appare pretestuoso e opportunistico. Il fatto che solo 200 persone assistano a Buffalo a un comizio di Steve Bannon, l’ex guru di Trump, dà un segnale di stanchezza di fronte all’aggressività di populisti e suprematisti.

Non aggiunge serenità la notizia, pubblicata dal New York Times, che agenti russi e cinesi possono intercettare le comunicazioni personali del presidente Trump ad amici e familiari – lui non vuole rinunciare al suo iPhone, nonostante sappia che non è sicuro – . La Cina liquida l’informazione come ‘fake news’; e Trump si accoda, bollando l’articolo come “sbagliato”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+