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Nato - manovre - Norvegia
Oct. 8, 2013 - U.S - CF-18..Canada's first operational deployment of the CF-18 took place during the Gulf War, when Canada sent 24 CF-18s to Qatar to participate in the American-led Desert Shield and Desert Storm campaigns. Similarly, Canada deployed 18 CF-18s to Italy to take part in the Kosovo campaign in 1999...Since the September 11 terrorist attacks, Canada’s fighter force is committed to protecting North America from future threats. As part of Operation Noble Eagle, NORAD’s mission to safeguard North American skies, CF-18s maintain a constant state of alert, ready to respond immediately to potential threats to continental security...CF-18s were heard over the skies of British Columbia, where they provided around the clock support to the 2010 Olympic Games. In 2011, they played a vital role during Op Mobile, as part of a NATO-led effort to enforce an arms embargo and no-fly zone to protect civilians in Libya in support of the United Nations Security Council Resolutions 1970 and 1973. Seven CF-18s made up Task Force Libeccio, conducting 946 sorties, ten percent of NATO strike sorties, and dropping 696 bombs of various types to engage military assets threatening the civilian population...Today, working alongside our American partners, we have crews ready to deploy on behalf of NORAD to protect North American airspace. In 2014 in Europe, our CF-18s are patrolling the skies alongside our NATO partners, building confidence in Europe’s stability and security through Op REASSURANCE...With an ongoing modernization of the fleet, our CF-18s will remain viable into the middle of the next decade when Canada’s next generation fighter capability becomes operational...Our RCAF personnel and aircraft have proven that they can fight alongside our Allies -- they are battle hardened, and the capabilities of our CF-18s today certainly enable them to effectively serve alongside fighter aircraft being flown by Allies in the fight against ISIL. (Credit Image: © Ken Murray/ZUM

Entra domani nella sua ‘fase calda’ – si fa per dire, a quelle latitudini – Trident Juncture 18, l’esercitazione militare Nato più grande dalla Guerra Fredda: sono ‘giochi di guerra’ – le manovre in inglese si chiamano ‘war games’ – che non migliorano certo le relazioni tra Washington e Mosca, già tese e ormai critiche dopo l’annuncio dell’intenzione del presidente Usa Donald Trump di uscire dal Trattato Inf sui missili nucleari di medio raggio, i cosiddetti euromissili.

La decisione di Trump – nota su AffarInternazionali.it il professor Stefano Silvestri – rischia, quasi per assurdo, di fare il gioco della Russia e della Cina, che avranno le mani più libere per sviluppare nuovi armamenti, e mette nei guai soprattutto gli alleati europei degli Stati Uniti, che potrebbero sentirsi di nuovo chiedere, come già negli Anni Ottanta, di schierare armi micidiali sui loro territori.

Trident Juncture è, in realtà, una risposta della Nato, in scala un ottavo, alle colossali manovre congiunte russo-cinesi Vostock 18, che in settembre videro la partecipazione di circa 300 mila militari (fra cui 3000 cinesi, con mezzi ed aerei, e un contingente mongolo) nella Siberia orientale: l’ultima esercitazione simile nelle dimensioni (ma più piccola) risaliva al 1981, quando c’erano ancora l’Urss e la Guerra Fredda.

Il rimbalzo dalla Siberia alla Norvegia di manovre record è un segno delle tensioni tra Usa e Russia e, quindi, tra Nato e Russia: l’annessione della Crimea e la guerra nell’Ucraina orientale del 2014 sono ferite mai rimarginate e che stanno anzi andando in cancrena, complice anche il ruolo giocato da Mosca nell’elezione di Trump nel 2016.

I preliminari di Trident Juncture iniziarono ai primi di ottobre e l’esercitazione finirà il 7 novembre. Le manovre coinvolgono complessivamente 45mila militari di 31 Paesi (i 29 dell’Alleanza più Svezia e Finlandia), 150 aerei, 60 unità navali di 14 Paesi, 10mila veicoli, coordinati dal comando della Nato di Napoli. Vi saranno osservatori russi, come da intese sulle forze convenzionali.

L’Italia partecipa con 1.500 soldati e una decina di aerei. A inizio ottobre, sette militari italiani rimasero feriti nell’uscita di strada e nel ribaltamento, causa ghiaccio, del mezzo su cui viaggiavano nei pressi di Valldal, nel nord della Norvegia.

Lo scenario delle operazioni è quello previsto dall’articolo 5 del Patto atlantico: la difesa collettiva da una minaccia – con la simulazione di un attacco nemico -. Ma in realtà l’esercitazione risponde alle preoccupazioni di Paesi della Nato già membri del Patto di Varsavia – i tre Baltici, la Polonia, l’Ungheria -, che avvertono come una minaccia la vicinanza della Russia e l’attivismo diplomatico e militare di Vladimir Putin. La Nato ha già schierato avamposti difensivi nei loro territori (anche l’Italia vi è presente).

La Russia ha già denunciato “l’escalation delle attività militari e politiche Nato nella regione artica, nelle immediate vicinanze della Russia sul territorio della Norvegia settentrionale”. Il Ministero degli Esteri di Mosca accusa Oslo “d’avere aperto la strada a una militarizzazione senza precedenti delle sue latitudine nordiche”, “in violazione di tutte le consolidate tradizioni di buon vicinato e contro la politica del governo norvegese risalente al periodo della Guerra Fredda di non fornire basi sul territorio norvegese per le forze armate straniere, a meno che la Norvegia non sia sotto attacco o sotto minaccia di attacchi”.

La sfida di Trump alla Russia non è solo economica e commerciale, ma anche militare, come quella di Reagan all’Urss, e passa pure attraverso la creazione di una forza armata spaziale. Ma Mosca non è meno attiva – e provocatoria – di Washinton: un contingente dell’esercito russo è in Pakistan, alleato degli Usa, e partecipa a un’esercitazione militare congiunta. La ‘Pak-Russia Joint Training Exercise Druzhba III’ è la terza della serie, nell’ambito di un programma di addestramento e cooperazione, ed è “un segnale – dicono le forze armate pachistane – del buono stato delle relazioni tra i due Paesi”. Di che creare nervosismi a Washington e a New Delhi.

 

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+