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Trump - Lee - midterm
July 7, 2014 - Richmond, VIRGINIA, USA - 20140707 - The Thomas ''Stonewall'' Jackson Monument on Monument Avenue in Richmond, Virginia. (Credit Image: © Chuck Myers/ZUMA Wire)

Nella Guerra di Secessione, quella che per gli americani è la Guerra Civile, l’Ohio stava con il Nord anti-schiavista del presidente Abraham Lincoln e diede alla causa dell’Unione il generale vincitore, Ulysses Grant, divenuto poi presidente nel 1868. Ma Donald Trump non è uomo da darsi fermare da qualche dettaglio storico. E, così, ha scelto proprio l’Ohio per tessere l’elogio del generale Robert E. Lee, figlio della Virginia, comandante in capo delle forze confederate, i sudisti schiavisti.

In un comizio elettorale a Lebanon, in vista del voto di midterm del 6 novembre, l’elogio di Lee è, in realtà, servito a Trump per formulare l’elogio di Grant: Lincoln, ha detto in sintesi il presidente, temeva quel generale sudista che passava di vittoria in vittoria e pensava di non poterlo battere; ma Grant ci riuscì, togliendo le castagne dal fuoco all’Unione e alla Storia.

La Guerra Civile e il suo contesto sono spesso stati terreno minato per il presidente Trump e la sua Amministrazione, che hanno il sostegno di numerosi nostalgici confederati – a dirla in breve, razzisti e segregazionisti -, mentre si discute della rimozione dalle città del Sud di monumenti a Lee e ad altri protagonisti dell’epopea sudista.

Il capo dello staff di Trump alla Casa Bianca, il generale John Kelly, considera Lee “un uomo d’onore” – negli Usa, suona meno ambiguo che da noi – e ritiene che la Guerra Civile sia stata causata da “una mancanza di compromesso” (su di che?, sul concetto di schiavitù?). Trump ha personalmente difeso, con insolito buonsenso, statue e monumenti, sostenendo che applicare l’etica di oggi a figure del passato non ha senso – in Italia, dovremmo disfarci, solo per fare degli esempi, dei monumenti ai Colleoni e ai Gattamelata, capitani di ventura dalla condotta certo discutibile, se misurata con i criteri odierni -.

Al presidente, molti rinfacciano i commenti dell’estate 2017: dopo gli incidenti di Charlottesville, quando nei tafferugli tra bianchi di estrema destra e una folla che contestava una statua di Lee fu uccisa una donna nera, mise sullo stesso piano razzisti e anti-razzisti. Il precedente non condiziona, evidentemente, Trump, alla caccia di voti nell’Ohio, Stato sempre cruciale nelle elezioni Usa, ma anche fra i bianchi suprematisti del ‘vecchio Sud’ e fra gli evangelici tradizionalisti della ‘cintura della Bibbia’, eppure pronto a chiedere senza imbarazzi il voto dei neri.

L’omaggio a Lee a Lebanon, preludio a quello agli eroi dell’Ohio, il generale Grant, il presidente William McKinley – assassinato nel 1901 -, l’astronauta Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, i fratelli Wright, pionieri dell’aviazione, e vari altri, è una tappa della campagna che il magnate sta conducendo a ritmo serrata – lo attendono decine di comizi nelle tre settimane restanti -.

In questo momento, Trump ha il morale alle stelle per l’andamento dell’economia – crescita boom e disoccupazione sempre in calo –, per il successo in Senato nella battaglia per confermare il giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema – una sconfitta per i democratici e per #Metoo – e, ora, pure per il ritorno negli Usa dalla Turchia del pastore Brunson.

Nel voto di midterm, Trump e i repubblicani difendono la loro maggioranza a Camera e Senato: il 6 novembre, gli americani rinnovano tutta la Camera – 435 seggi – e un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -. Attualmente, alla Camera i repubblicani sono 235 e i democratici 193 (7 i seggi vacanti); al Senato, i repubblicani sono 51 e i democratici 47 con due indipendenti che votano quasi sempre democratico. Nonostante ciò, sulla carta è più facile rovesciare la Camera che il Senato (lì, i seggi in palio ‘ballerini’ sono più democratici che repubblicani).

Nelle ultime settimane, la spinta dei democratici sembra essersi un po’ affievolita: elettoralmente, li zavorra il successo nelle primarie di molti candidati ‘liberal’ e ‘socialisti’, che infondono entusiasmo ai giovani e ai progressisti, ma destano riserve negli elettori di centro e moderati. Ma decisivi al voto, più che considerazioni nazionali o internazionali, saranno i fattori locali.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+