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Usa - Cina - microchip
SHANGHAI, April 20, 2011 Song Zhitang (L), researcher of Shanghai Institute of Microsystem And Information Technology of Chinese Academy of Sciences, works with his colleague in the laboratory in Shanghai, east China, April 20, 2011. The first phase change random access memory (PCRAM) chip of China's self-owned intellectual property rights was manufactured recently, jointly by Shanghai Institute of Microsystem And Information Technology of Chinese Academy of Sciences, Semiconductor Manufacturing International Corporation and Microchip Technology Incorporated. The chip has the memory volume of 8MB. (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Allora, aveva ragione Donald Trump, quando all’Onu accusava la Cina di spionaggio e d’ingerenza: secondo Bloomberg Business Week, l’intelligence cinese ha infiltrato con microchip l’hardware di società tecnologiche americane di prima grandezza, incluse Apple e Amazon. Resta da vedere se le fonti della Bloomberg non siano le stesse del magnate presidente: gli 007 Usa che, per una volta, sarebbero in sintonia con la Casa Bianca.

In realtà, lo spionaggio cinese avrebbe avuto obiettivi più industriali che politici: prese di mira sarebbero state una trentina di aziende statunitensi, con l’obiettivo di carpire loro segreti industriali e commerciali e di colpirle nella proprietà intellettuale. I micro-chip cinesi sarebbero stati inseriti nelle schede madri durante il processo di produzione in Cina da agenti dell’Esercito nazionale cinese: l’operazione avrebbe, quindi, una matrice militare.

Immediate le smentite di Apple e Amazon, che difendono affidabilità e inviolabilità dei loro server.

L’Apple dice di non avere mai avuto contatti con l’Fbi in proposito: “Non siamo a conoscenza d’indagini di sorta”, affermano i portavoce dell’azienda di Cupertino. Analoga la reazione del colosso dell’e-commerce: “Amazon non ha prove della presenza di chip maligni nei suoi apparati”.

Ma le fonti della Bloomberg sono piuttosto dettagliate. Grazie ai microchip, gli hacker cinesi avrebbero avuto accesso a tutte le operazioni dei server delle aziende ‘infestate’, con la possibilità di rubare dati e alterare attività.

L’attacco, che sarebbe stato scoperto dall’intelligence statunitense fin dal nel 2015 – non è chiaro perché se ne venga a conoscenza solo ora -, sarebbe più grave di episodi analoghi finora conosciuti. Gli hacker tendono, infatti, a colpire i software, più vulnerabili, piuttosto che l’hardware.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+