CONDIVIDI
trump - onu - sovranisti
September 25, 2018 - New York, USA - State Luncheon hosted by the Secretary-General for the Heads of Delegation to the Seventy-third Session of the United Nations General Assembly (Credit Image: © Utrecht/Action Press via ZUMA Press)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scelto la tribuna meno adatta di tutte, cioè l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un tempio del multilateralismo, per proclamare il suo manifesto del sovranismo: “Sovranisti di tutto il Mondo (dis)unitevi!”, chiusi dentro i muri eretti a protezione delle Nazioni, determinati a dire no a globalismo e a integrazioni regionali o trasversali. Ciascuno per sé e gli Stati Uniti, che sono i più forti, su tutti.

Manco fosse un indiano metropolitano degli Anni Settanta, Trump è stato beffardamente sommerso da una sommessa diffusa contagiosa risata. Martedì 25 settembre, il presidente parlava per la seconda volta al Palazzo di Vetro: l’anno scorso, furono strali e minacce; quest’anno, auto-incensazione e inviti a fare come lui, a rifare grande il proprio Paese.

Non risate, ma applausi, invece, in Europa per il vate sciatto del populismo internazionale, che del sovranismo è, in questa fase, fratello gemello: Steve Bannon, venuto a spiegare agli ‘euro-scettici’, un po’ vincoli e un po’ sparpagliati, ma molto numerosi, come si vincono le elezioni – quelle europee del maggio 2019, tanto per cominciare -. Chi si illudeva che il guru della vittoria di Trump nel 2016 fosse uscito di scena, dopo avere abbandonato il ruolo di consigliere strategico del magnate presidente, ha dovuto ricredersi.

In Europa, in Italia, Bannon raccoglie consensi e la sua Fondazione trova adesioni. Sono talmente sovranisti, i nazionalisti europei, che invece dell’Europa scelgono l’America. Anzi, un americano un po’ razzista e molto isolazionista. Nelle varie feste di fine estate della destra italica, Bannon è la star e Matteo Salvini e Giorgia Meloni gli fanno da spalla. Lo antagonizza, invece, Antonio Tajani, FI, presidente del Parlamento europeo: “Io sono un ‘sovranista europeo’. Quando arriva un signore come Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, allora gli dico di fare il turista o di tornarsene a casa”.

La Fondazione di Bannon, con sede a Bruxelles, vuole ‘federare’ i partiti sovranisti europei, che attualmente al Parlamento di Strasburgo siedono in gruppi diversi: Lega e Fratelli d’Italia e il Rassemblement National francese hanno già espresso l’intenzione d’aderirvi. Bannon ricambia con elogi, specie per Salvini. In un’intervista al Messaggero, il guru lo definisce “un leader globale” e dice che “oggi l’Italia è il centro politico, perché è un laboratorio europeo”.

“In Italia – sostiene Bannon – due partiti guidati da due giovani con grandi idee, Salvini e Di Maio, usano le tecnologie in modo dinamico e rottamano i vecchi politici di nord e sud, destra e sinistra … Nessuno sa dove vanno, però mi impressiona il coraggio politico … E’ un momento della Storia di cui si parlerà per cent’anni”.

“Spingeremo – prosegue Bannon – per un gruppo unico populista al Parlamento europeo. Ma conta di più che i leader populisti, indipendentemente dalle famiglie politiche, s’incontrino prima dei Vertici europei per prendere posizioni comuni”. Lui vuole “portare tutti i populisti sotto lo stesso tetto: dall’Europa agli Stati Uniti all’America latina, dall’India al Pakistan al Giappone a Israele, per rappresentare la gente comune guardata dall’alto in basso e abbandonata dalle élites”. Nell’Ue, i populisti sono al potere in Italia, Finlandia, Danimarca, Austria, nei Quattro di Visegrad, in Croazia. “Quella di Macron e Merkel è sempre più una visione minoritaria”.

Ma Bannon, che vanta contatti in Vaticano, lavora pure a promuovere un’ala populista nella Chiesa cattolica, mentre proprio la Chiesa, di per sè universale, potrebbe costituire un argine all’avanzata dei sovranisti.

Il voto in Svezia e l’avanzata della mare
….

Il nodo del governo: schermaglie e negoziati
Prima conseguenza di questa situazione è stata che il premier socialdemocratico uscente, Stefan Lovfen, è stato sfiduciato in Parlamento, il 25 settembre, proprio dai voti congiunti delle sigle del centrodestra e degli SD: Lovfen è così divenuto il primo premier ‘silurato’ in questo modo nella storia della Svezia.

Ora il presidente del Parlamento dovrà indicare un nuovo candidato: l’iter potrebbe durare settimane. In pole position c’è Ulf Kristersson, leader dei Moderati, perno della coalizione di centrodestra. Una maggioranza di governo è possibile solo associando al centrodestra gli SD (ma c’è resistenza farlo), o puntando su una Grande Coalizione di modello tedesco; altrimenti, si può ipotizzare un governo di minoranza (non senza precedenti in Svezia)….

La questione dei migranti

Il contesto europeo
Rispetto al linguaggio d’un Salvini in Italia o d’una Le Pen in Francia, Akesson, ora, è un moderato: ha cambiato logo e colori ‘sociali’, adottando la margherita e il giallo-blu della bandiera nazionale. Ma in Svezia, a destare disagio, basta una frase come quella pronunciata nell’ultimo acceso dibattito televisivo, venerdì 7 settembre: gli immigranti non trovano lavoro “perché non si sanno adattare”. L’emittente Svt ha preso le distanze, definendo l’affermazione “degradante e non democratica”.

Il programma politico degli SD prevede, fra l’altro, un referendum ‘alla inglese’ per uscire dall’Ue, la Swexit, e il dirottamento dei soldi per l’accoglienza al sistema sanitario nazionale, la priorità degli elettori, abituati a un welfare modello di riferimento mondiale. Difficile che gli SD approdino al governo, anche se Akesson assicura che sapranno condizionare le scelte del Paese, mai così polarizzato, nonostante la crescita economica sia buona e il tasso di disoccupazione basso, al 6%.

Uno scenario del genere, nella Svezia campione europeo e mondiale di tolleranza e di accoglienza, crea allarme a Bruxelles, ma anche a Parigi e a Berlino, specie in proiezione delle elezioni europee del maggio 2019, perché la galassia euro-scettica e xenofoba, fatta di nazionalisti e sovranisti, s’allarga: l’asse Le Pen – Salvini ha sponde in Belgio e Olanda, in Germania e Austria, in Svezia e al Nord, nei Paesi di Visegrad e in Croazia, e intacca anche famiglie politiche tradizionalmente europeiste (Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban è nel Partito popolare europeo della Merkel). Né s‘intravede un argine che ne possa fermare l’avanzata di qui al maggio prossimo, nonostante Macron e la Merkel, che si sono visti a Marsiglia prima del voto svedese, vogliano consolidare l’arco europeista-progressista e se ne propongano come punti di riferimento.

Attualmente, nell’Assemblea di Strasburgo, su 751 seggi, il Ppe ne ha 218 (quasi il 30%), gli S&D dove c’è il Pd 189, i conservatori 73, i liberali 68, i verdi 52, la sinistra euro-scettica 51, i brexiters (con cui siedono gli eurodeputati del M5S) 44, i sovranisti di RN e Lega 35. Una ventina di eurodeputati non sono iscritti a nessun gruppo.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+