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sanzioni - Russia - Cina - Vostok
September 13, 2018 - Chita, Siberia, Russia - Chinese troops during a review of the troops following the conclusion of the massive Vostok-2018 multi-national war games at the Telemba training grounds September 13, 2018 near Chita in Eastern Siberia, Russia. (Credit Image: © Alexei Nikolsky via ZUMA Wire)

Come ti prendo due piccioni – e grossi, la Russia e la Cina – con una fava (le sanzioni, che paiono ormai essere lo strumento di politica estera preferito da Donald Trump e dal suo staff). Certo, ci sarebbe da calcolare l’effetto domino e pure l’effetto boomerang, ma Trump e i suoi fidi non sono molto dotati nel guardare lontano. Oggi, battono un pugno sul tavolo e mettono un dito nell’occhio a Putin e Xi; domani, si vedrà.

La mossa delle sanzioni può anche avere motivazioni militari: Russia e Cina hanno appena dato vita alle più imponenti manovre militari congiunte in Siberia dalla fine della Guerra Fredda: le Vostok-2018 avrebbero coinvolto – sulle cifre, l’intelligence occidentale avanza dubbi – oltre 300 mila uomini. Al confronto, la risposta della Nato sarà poca cosa: in Norvegia, alla fine di ottobre, esercitazioni impegneranno 40.000 militari di 30 Paesi alleati o loro partner.

L’annuncio delle sanzioni è stato fatto giovedì, a neppure 72 ore dall’introduzione di nuovi dazi sull’export cinese negli Stati Uniti: le misure ‘puniscono’ l’ufficio acquisti dell’esercito cinese ‘colpevole’ di avere acquisito dalla Russia 10 caccia Su-35 nel 2017 e sistemi anti missilistici terra – aria S-400 nel 2018. Il dipartimento di Stato motiva la decisione con la violazione delle sanzioni contro Mosca per le interferenze nelle presidenziali Usa 2016, quelle che Trump ha sempre negato (fin quando non è stato costretto ad ammetterle) e per l’annessione della Crimea e la guerra nell’Est dell’Ucraina. Pechino non ha mai fatto proprie le sanzioni americane.

Nella lista nera degli Stati Uniti, sono così entrati l’Equipment Development Department (Edd) dell’esercito cinese, il suo direttore, Li Shangu, e 33 altre persone: è una puntura di spillo, ma desta interrogativi e irritazioni. I commenti da Pechino e da Mosca non si sono fatti attendere e sono stati piccati, specie da parte russa, perché c’è la preoccupazione che gli strali Usa possano fare scappare altri clienti – gli S-400 si vendono bene -.

Nel breve termine, c’è la curiosità di vedere come Washington si comporterà nei confronti di Paesi amici e alleati, tipo la Turchia e l’Arabia saudita, che sono pure interessati a comprare dalla Russia degli S-400, evoluzione di quegli S-300 che negli Anni Ottanta spaventarono l’Occidente e l’indussero a dotarsi degli euromissili.

Le autorità di Riad hanno già espresso l’auspicio di non finire nel mirino di Washington, nonostante la loro cooperazione militare “con la Russia stia crescendo”, ammette l’ambasciatore a Mosca Rayed Krimly. Durante la visita in Russia del re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud, nell’ottobre del 2017, vennero firmati numerosi accordi di cooperazione militare: quello che riguarda gli S-400 è in bilico.

Per Mosca, Washington “sta giocando col fuoco”, senza capire che la situazione può “diventare pericolosa”. Fronte commerciale, il Cremlino parla di “concorrenza sleale”. E, fronte politico, auspica che il pugno di ferro di Trump “spinga altri Paesi ad affrancarsi dagli Stati Uniti” – l’India e il Vietnam sono nella lista dei potenziali acquirenti che potrebbero trovarsi esposti alle sanzioni -. Pechino, dal canto suo, protesta “indignata”.

Al di là dell’episodio contingente, i comportamenti dell’Amministrazione statunitense innescano nuove dinamiche sullo scacchiere internazionale e sembrano quasi incoraggiare un avvicinamento tra Cina e Russia, che, sulla carta, dovrebbe essere l’ultima cosa voluta dagli Stati Uniti. Mentre, contemporaneamente, Washington tende e sottopone a stress i rapporti con gli alleati storici, politici e commerciali. Pare un copione sconclusionato, e forse lo è.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+