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Ue - Vertice - Salisburgo
TOPSHOT - German Chancellor Angela Merkel (C) walks with (L-R) Finland's Prime minister Juha Sipila, Austria's Chancellor Sebastian Kurz, Denmark's Prime Minister Lars Lokke Rasmussen and Belgium's Prime Minister Charles Michel, on their way to pose for a family photo at the Mozarteum University during the EU Informal Summit of Heads of State or Government in Salzburg, Austria, on September 20, 2018. (Photo by JOE KLAMAR / AFP) (Photo credit should read JOE KLAMAR/AFP/Getty Images)

Era uno di quei Vertici europei che finiscono benissimo, a tarallucci e vino, perché fin dall’inizio è chiaro che non saranno prese decisioni e i leader sono distesi e rilassati. Fa eccezione Angela May, premier britannica, che sente mancarle l’Ue sotto i piedi. A Salisburgo, non succede praticamente nulla; e nulla doveva succedere.

I migranti? Il Vertice di dicembre prenderà decisioni (e magari, nel frattempo, cessano gli arrivi). La Brexit? Il Vertice di ottobre sarà cruciale; e, forse, se ne farà uno straordinario a novembre. Le elezioni europee e il rinnovo delle Istituzioni? Di qui a maggio, c’è tempo per manovre e alleanze: otto mesi, in politica un’eternità; o un attimo. Quanto all’economia, questa è la stagione che ognuno fa i compiti a casa propria, prima di presentarli, a giorni, alla Commissione europea per la revisione: ciascuno in sordina, tranne l’Italia, la cui classe di governo, indisciplinata e inesperta, vocia e litiga.

A Vertice di Salisburgo concluso, l’unico a sciorinare l’ottimismo della volontà è Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea: è stato – dice – un momento “positivo e importante”, forse soprattutto perché alla cancelliera tedesca Angela Merkel è piaciuta la sua proposta per rinforzare Frontex, cioè il controllo europeo alle frontiere esterne dell’Unione – l’Italia, invece, tentenna su questo punto -.

Che il clima fosse disteso lo conferma un siparietto tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il premier lussemburghese Xavier Bettel, che, seduti l’uno accanto all’altro, hanno garbatamente fatto il verso ai loro ministri dell’Interno Matteo Salvini e Jean Asselborn, protagonisti, a Vienna, una settimana fa, di un vivace battibecco. Alla cena di giovedì, durata ben più del previsto – il tema erano i migranti -, Bettel esordisce dicendo “Sono sicuro che Giuseppe mi registrerà”; e Conte replica ‘Sono sicuro che Xavier non mi interromperà e non dirà parolacce” – a Vienna, Asselborn aveva commentato un intervento di Salvini con un poco protocollare ‘Merde, alors’ -.

Questo, però, avverte Conte, è “colore”, non è “sostanza”. La sostanza d’un’intesa, o d’un litigio, però, manca. Una volta, i Vertici informali, come questo di Salisburgo, servivano ai leader per conoscersi e capirsi meglio; oggi, i leader si vedono di continuo e si conoscono benissimo. Tanto varrebbe abolire ‘sti riti che creano aspettative e delusioni: che i leader si vedano quando hanno una decisione da prendere e sono pronti a prenderla.

Alcune affermazioni del professor Conte, dopo il Vertice di Salisburgo, vanno tenute in evidenza, per confrontarle con la realtà nei mesi a venire. Dice, ad esempio, di non avere mai percepito incrinature fra i Paesi dell’Ue e che le europee non porteranno sobbalzi al governo. Dal Vertice di giugno, il suo esordio, Conte tornò dicendo di aver ottenuto che chi sbarca in Italia sbarca in Europa – nessuno lo aveva mai negato – e con un accordo sui migranti che lascia ciascuno libero di fare come gli pare.

I migranti – A Salisburgo, se ne parla subito, a lungo. Ci sono progressi sul rafforzamento di Frontex e c’è pure un consenso per rafforzare i rapporti con l’Africa – l’Italia non vuole, però, “somme modeste” -. Sulla ridistribuzione dei migranti, invece, resta il no dei Paesi che non ne vogliono sapere – quelli del Gruppo di Visegrad in primo luogo, ma non solo – e resta l’aria pesante nei confronti dell’Italia dopo i molti screzi delle ultime settimane -. Macron osserva che gli arrivi in Italia, diminuiti, sono un problema politico italiano. L’ipotesi che i reticenti al ricollocamento paghino per i ricollocamenti altrui è una fiammata che si spegne nella notte tra mercoledì e giovedì e resta “marginale”.

La Brexit – Qui in affanno è la May, che prova a spaventare i partner: “Se non fate l’intesa con me, non sapete chi vi tocca … La mia è l’unica soluzione credibile”. Ma l’Ue dice che non funzionerà. Londra preannuncia una nuova proposta sulla frontiera irlandese, la questione più ostica. I 27 sono sereni: o c’è l’accordo, oppure, il 29 marzo, la Gran Bretagna esce e s’arrangia, mentre l’Unione tira avanti senza scosse. Il tempo e il contesto giocano contro Londra. Ottobre sarà l’ora della verità, dicono Juncker e il negoziatore europeo Michel Barnier. Senza progressi fra un mese, potrebbe saltare il Vertice dell’addio a novembre.

Le elezioni europee – Qui in affanno è il presidente francese Emmanuel Macron, che si vorrebbe federatore degli ‘europeisti’ contro i ‘sovranisti’, ma che non ha ancora alleanze politiche europee (ed è azzoppato in patria da sfiducia e proteste). Anche la cancelliera Merkel è un po’ in affanno: ambasce interne – bavaresi – ed europee – nel Ppe c’è l’ungherese sovranista Viktor Orban -. L’Italia arriva alla partita delle nomine con tre briscole in mano, ma sa già che le perderà tutte e tre: la presidenza del Parlamento europeo, l’alto commissario per la politica estera e di sicurezza europea e il presidente della Banca centrale europea. Senza parata: peggio che la Roma a Madrid.

L’economia – Conte parla coi giornalisti di cucina interna, dice che la manovra dovrà tenere i conti in ordine (il che è il minimo). Ma la questione, al momento, non è sul tavolo europeo.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+