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Usa - Corte Suprema - Kavanaugh - Senato
September 4, 2018 - Washington, District of Columbia, U.S. - Judge Brett Kavanaugh is sworn in prior to testifying before the United States Senate Judiciary Committee on his nomination as Associate Justice of the US Supreme Court to replace the retiring Justice Anthony Kennedy on Capitol Hill in Washington, DC on Tuesday, September 4, 2018.Credit: Alex Edelman / CNP (Credit Image: © Alex Edelman/CNP via ZUMA Wire)

Potrebbe succedere che, nei prossimi giorni, Donald Trump rimpianga John McCain: la scomparsa del senatore dell’Arizona, trattato con sprezzo in vita dal presidente, e snobbato da morto, priva, infatti, i repubblicani di un voto sicuro, che potrebbe rivelarsi prezioso, e magari indispensabile, nella battaglia in Senato, iniziata ieri, per la conferma del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Con la serenità di giudizio che l’aveva sempre contraddistinto, non influenzata da personalismi, McCain aveva infatti approvato la scelta di Kavanaugh da parte di Trump, condividendo l’impegno del giudice a decidere “in base alla Costituzione e alle leggi” (e non alle convinzioni personali). Se il giudice sarà confermato, stabilizzerà a destra, probabilmente per una generazione, la maggioranza della Corte Suprema, che decide su questioni fondamentali, dall’aborto ai diritti civili.

Trump ha già avuto modo di nominare, nel 2017, un giudice conservatore, Neil Gorsuch, al posto dell’iper-conservatore Antonin Scalia, deceduto improvvisamente nel febbraio 2016. Per quasi un anno, i repubblicani avevano boicottato le scelte fatte da Barack Obama. Ora, si tratta di sostituire un giudice ‘fluttuante’, Anthony Kennedy, 82 anni e quasi 30 alla Corte Suprema, che era sovente l’ago della bilancia nelle decisioni più controverse, con uno decisamente conservatore, certamente su questioni come le armi, l’aborto, i diritti civili.

Come Gorsuch, 51 anni, Brett Kavanaugh, 53 anni, è giovane, per un lavoro che è a vita. E siccome i membri progressisti o ‘liberal’ della Corte Suprema sono i più anziani e i più malmessi, è facile prevedere che l’equilibrio a favore dei conservatori non sarà rotto per molto tempo.

Anche per questo, la battaglia al Senato si profila aspra, ma segnata, a meno che i democratici non riescano a trascinarla fin dopo le elezioni di midterm, che, il 6 novembre, potrebbero modificare i rapporti di forza – attualmente, i senatori repubblicani sono 50, i democratici 47 e gli indipendenti, spesso allineati con l’opposizione, due, mentre il seggio di McCain è vacante -.

In apertura delle audizioni di fronte alla Commissione Giustizia, attivisti hanno gridato slogan anti-Kavanaugh e i democratici hanno chiesto di rinviare la seduta per la mancata diffusione di oltre 100mila pagine di documenti riguardanti il periodo (2003-‘06) in cui il giudice lavorava nello staff dell’allora presidente George W Bush – atti su cui c’è il ‘privilegio di riservatezza’ dell’Esecutivo -. Chuck Grassley, repubblicano, presidente della Commissione, ha respinto la richiesta.

Kavanaugh ha assicurato che, se sarà confermato, farà gioco di squadra con i colleghi e, soprattutto, non deciderà “sulla base delle mie preferenze personali o politiche”. Trump lo ha forse scelto anche perché esperto di impeachment: era nel team del procuratore speciale Kenneth Starr, che mise sotto accusa nel 1998 il presidente Bill Clinton per l’ ‘affare Lewinski’.

Dopo il Labour Day, lunedì 3 settembre, la giornata di ieri ha segnato il ritorno alla piena attività negli Stati Uniti e, soprattutto, l’inizio ufficiale della campagna elettorale: sarà un autunno caldo, per il presidente Trump, che ha sparato l’ennesimo attacco al ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di avere messo sotto accusa due deputati repubblicani: “Due seggi sicuri a rischio. Bel lavoro, Jeff!”.

Un tweet che conferma la tendenza del presidente a forzare la mano della giustizia. Un punto nodale nel Russiagate: l’inchiesta sui contatti tra la campagna di Trump nel 2016 ed emissari del Cremlino lambisce Trump e può chiamarlo in causa da un giorno all’altro. Ma il procuratore Robert Mueller è a un bivio: o va all’attacco del presidente subito o aspetta le elezioni. Il ministero della Giustizia ha infatti imposto all’inchiesta 60 giorni di tregua politica ante-voto. Altre mine vaganti per Trump sono le guerre dei dazi con Cina, Ue e Canada; e l’Iran, la Siria e la Corea del Nord.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+