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trump - evangelici - midterm

Donald Trump è entrato nella sua fase Luigi XIV, il Re Sole, quello di ‘dopo di me il diluvio’. Se gli facessero l’impeachment, “i mercati crollerebbero”. E se perdesse il voto di midterm, cioè se lo vincessero i democratici, “capovolgeranno tutto ciò che abbiamo fatto … in modo rapido e violento … I movimenti di sinistra sono persone violente”.

E’ il modo di Trump di chiamare a raccolta i suoi elettori. Discorsi letterali: il presidente li ha fatti incontrando lunedì a porte chiuse alla Casa Bianca i leader evangelici (e altri esponenti cristiani) – la registrazione audio è filtrata solo ieri ai media Usa -.

Gli evangelici hanno finora costituito un blocco di sostegno a Trump solido, nonostante il magnate non abbia proprio le carte del fedele in regola – ma per lui garantisce il suo vice Mike Pence, cattolico convertito alla fede evangelica -. “Dovete convincere la gente a sostenerci – è la richiesta ai leader evangelici -. Se non lo fate, sarà l’inizio della fine di tutto ciò che avete”.

Senza il sostegno degli evangelici, i repubblicani, cioè i conservatori, non vincono le elezioni. Bush jr, un cristiano ‘rinato’, li aveva dalla sua; e così pure Trump nel 2016. I candidati repubblicani 2008 e 2012, John McCain e Mitt Romney, che pure era mormone, erano invece troppo ‘laici’ perché gli evangelici si mobilitassero.

La ‘crociata’ di Trump per i voti ‘cristiani’ è, almeno in parte, all’origine della crisi con la Turchia, innescata dalla mancata liberazione di un missionario evangelico, Andrew Brunson, implicato nel presunto fallito golpe anti-Erdogan del luglio 2016, e incomprensibilmente accesasi proprio quando a Brunson, di cui nessuno parlava negli Usa, venivano concessi gli arresti domiciliari.

Gli evangelici sono decine di milioni nell’Unione e possono decidere l’esito delle elezioni, specie nella ‘cintura della Bibbia’, ma sono anche influenti nella ‘Rust Belt’, la ‘cintura della ruggine’ delle industrie manifatturiere e delle miniere, nelle Grandi Pianure e lungo le Montagne Rocciose. Se espresso in modo massiccio, il loro voto può essere determinante in una trentina di Stati.

Il problema è che, se non sono proprio convinti, è gente che non va a votare. Trump, dunque, cerca di motivarli in vista di elezioni che devono rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato (35 seggi su 100) e 36 governatori su 50, oltre che assemblee statali e locali e centinaia di incarichi popolari.

Dalle primarie, stanno uscendo schieramenti fortemente polarizzati: il presidente vede emergere candidati più vicini a lui che alla tradizionale linea repubblicana, moderata e liberista; i democratici vedono affermarsi candidati ‘liberal’ radicali, molto esposti sui fronti dei diritti civili – vero e proprio fumo negli occhi degli evangelici, legati al modello della famiglia tradizionale -. In Florida, dopo le primarie di martedì, il governatore sarà un uomo di Trump, il deputato Ron DeSantis, o Andrew Gillum, nero, progressista, che ha battuto il favorito dell’establishment democratico.

Ma la partita delle elezioni si gioca anche nelle aule delle Corte Supreme di alcuni Stati, quelli dove i repubblicani hanno ridisegnato i collegi a loro favore: pratiche già bocciate in North Carolina e nell’Ohio. Intanto, il presidente fa polverone: chiama in causa la Cina sugli hackeraggi elettorali 2016, mentre dal fronte del Russiagate giungono nuovi scricchiolii sinistri: il suo consigliere legale sta per lasciarlo e un altro dei dipendenti della Trump Organization sta per tradirlo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+