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Usa - Russiagate - Manafort
WASHINGTON, Oct. 30, 2017 Kevin Downing, attorney for Paul Manafort, former campaign manager of U.S. President Donald Trump, speaks to the press after a hearing related to alleged Russian meddling in the U.S. 2016 presidential elections outside the Federal District Court in Washington D.C., the United States, on Oct. 30, 2017. Three of U.S. President Donald Trump's former campaign aides were indicted on Monday, and two of them pleaded not guilty to all charges. (Credit Image: © Yin Bogu/Xinhua via ZUMA Wire)

Fossimo nel pugilato, parleremmo di un uno/due micidiale. Ma siamo in politica e la condanna dell’ex capo della sua campagna e l’ammissione di colpevolezza del suo ex avvocato personale lasciano in piedi Donald Trump. Il presidente mostra solidarietà su Twitter con Paul Manafort, lobbista disonesto, ma che non l’ha tradito; e riserva ironia per Michael Cohen, il legale paraninfo che lo mette nei guai – lui lo pagava per restarne fuori -.

Il ring del Russiagate, l’indagine sui contatti tra la campagna del magnate ed emissari del Cremlino, è un quadrilatero irregolare: due lati sono ineludibili e contrapposti, Trump e il procuratore speciale Robert Mueller; due possono sparire di scena – Manafort – o crescere d’importanza – Cohen -.

I due rovesci giudiziari subiti martedì dal presidente possono segnare una svolta nel Russiagate. Cohen si riconosce colpevole di violazione delle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali, ammette di avere agito su istigazione di un candidato presidente – leggasi Trump – e quindi chiama direttamente in causa il magnate in un crimine federale. Per conto del magnate, e con il suo avallo, l’avvocato pagò in nero il silenzio di una pornodiva e di una coniglietta di Playboy che sostengono entrambe di avere avuto storie con Trump quando questi era già sposato con Melania, all’epoca incinta del loro unico figlio. Uscendo allo scoperto, le due donne potevano danneggiare il candidato repubblicano, che non ha mai ammesso le ‘scappatelle’.

insert, inizio (AdnKronos) “Michael Cohen è a conoscenza di informazioni che dovrebbero interessare il procuratore speciale e sarà ben felice di dirgli tutto quello che sa”. Suona come un più che esplicito avvertimento a Donald Trump la dichiarazione fatta da Lanny Davis, l’avvocato che ha seguito l’ex legale personale del presidente durante i complessi negoziati che hanno portato all’accordo con i procuratori e all’ammisisone di colpevolezza dell’ex factotum di Trump. Sottolineando che Cohen dopo l’accordo di ieri “è libero di dire la verità” e che costituisce “una minaccia per il presidente degli Stati Uniti”, Davis – che è stato uno degli avvocati che difese Bill Clinton ai tempi del Sexgate e del conseguente impeachment – ha fatto capire, in un’intervista la notte scorsa alla Msnbc, che avrebbe molto da dire “non solo sulla ovvia possibilità di un complotto teso alla collusione e a corrompere il sistema democratico americano nelle elezioni del 2016, ma anche informazioni sui crimini di hackeraggio e sul fatto che Trump sapesse o no in anticipo e si sia anche felicitato”, riferendosi all’ormai famoso incontro alla Trump Tower tra il figlio dell’allora candidato e un’avvocata russa che prometteva materiale compromettente su Hillary Clinton (AdnKronos) fine insert

Manafort è stato condannato per otto dei 18 capi d’imputazione contestatigli, specialmente per reati finanziari e fiscali: fece da lobbista, senza rispettare le regole, agli ucraini filo-russi del presidente Yanukovich – nulla, però, che imbarazzi il presidente, almeno penalmente -. Trump lo aveva più volte sostenuto nel corso del dibattimento, dicendosi dispiaciuto per lui perché “è un brav’uomo”.

I media Usa si interrogano sull’uso che Mueller farà ora degli elementi d’informazione fornitigli dall’avvocato Cohen e del materiale ricavato dai colloqui registrati dal legale con il suo cliente, prima candidato e poi presidente. La pista Manafort pare invece fredda, a meno che il suo socio Rick Gates, meno lealista verso Trump, non abbia sorprese in serbo per gli inquirenti.

L’editoriale del New York Times richiama la saga cinematografica dello scandalo Watergate (Tutti gli uomini del presidente) con un icastico “Tutti i truffatori del presidente”: una compagnia, quella di cui si circonda Trump, che non sfigura al confronto con i portaborse di Nixon.

Politico.com sostiene che le disfatte legali fanno aumentare il rischio impeachment per Trump, anche se, nell’immediato, nulla cambia: il procuratore speciale deve ancora decidere se cercare d’incastrare il presidente in un faccia a faccia – i legali del magnate continuano a sconsigliarglielo, perché temono che si metta nei guai con le sue stesse parole – o se attendere, per un affondo, l’esito del voto di midterm del 6 novembre.

L’impeachment, infatti, è un procedimento squisitamente politico: senza una maggioranza che lo sostenga alla Camera, che deve istruire il caso, mentre il Senato fa da giudice, è velleitario lanciarlo.

Persino la Fox ammette che ora Trump potrebbe ritrovarsi giuridicamente implicato in quella che lui continua a definire “una caccia alle streghe”, senza “prove di collusione” tra la sua campagna e le intrusioni russe – riconosciute da tutta l’intelligence, ma ammesse a fatica dalla Casa Bianca -.

Ma la rete all news cara al presidente ne segue l’esempio e sposta subito l’attenzione dal Russiagate su una storia di cronaca nera che lega sicurezza e immigrazione: l‘omicidio di una studentessa dello Iowa di cui è sospettato un immigrato illegale messicano.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+