CONDIVIDI
Trump - Markovic - Montenegro

Il piccolo Montenegro è il paradigma di tutte le idiosincrasie del presidente Trump per le alleanze e le organizzazioni multilaterali. Ora, diventa termine di riferimento dell’aggressività internazionale: un Paese di meno di 14 mila kmq, come il Trentino Alto Adige, con una popolazione di neppure 700 mila persone, come Firenze, ma “molto aggressivo”, potrebbe accendere la scintilla della Terza Guerra Mondiale. Farneticazioni da Circolo dei Guerrafondai? No, dichiarazioni del leader dell’Occidente.

Trump sembra avere un rapporto particolarmente complicato con il Montenegro. L’anno scorso, all’esordio alla Nato, diede uno spintone al premier Dusko Markovic, che si frapponeva, involontariamente, tra lui e la prima fila della foto ricordo – ci furono risate e sguardi imbarazzati, mentre i leader alleati prendevano le misure del bullismo del magnate -. E, adesso, dopo un Vertice a Bruxelles segnato da minacce di abbandono dell’Alleanza e da plateali critiche ai partner europei, la repubblica balcanica diventa un pretesto per mettere in dubbio l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica, nella serie sempre verde “perché morire per Podgorica?”.

Un’intervista alla Fox andata in onda mercoledì ha alimentato ulteriori dubbi sull’atteggiamento verso la Nato di Trump: Tucker Carlson gli ha chiesto se condivida l’articolo 5, sulla mutua difesa tra Paesi dell’Alleanza atlantica. In caso d’attacco al Montenegro, dice il giornalista, “mio figlio dovrebbe andare a difendere il Montenegro?”. E Trump risponde: “Capisco che cosa stai dicendo, mi pongo la stessa domanda”: rissosi come sono, “potrebbero diventare aggressivi e, complimenti!, siamo alla Terza Guerra Mondiale”.

Ora, a parte il fatto che, in quasi settant’anni di storia della Nato, l’articolo 5 è stato fortunatamente invocato una sola volta e dagli Stati Uniti, dopo l’attacco terroristico all’America dell’11 settembre 2001, l’Alleanza si basa proprio sul principio che un attacco a un membro è un attacco a tutti e fa scattare la difesa collettiva.

Questa vicenda ha elementi surreali. Il Montenegro è uno degli staterelli balcanici la cui nascita, nella dissoluzione della ex Jugoslavia, è stata favorita dagli Stati Uniti e dai loro alleati, in funzione anti-serba e, quindi, anti-russa. La firma dell’adesione del Montenegro alla Nato, appena ratificata dal Senato di Washington, fu uno dei primi atti di politica internazionale di Trump presidente: nell’aprile 2017, la Casa Bianca la salutò come un “segnale verso gli altri aspiranti membri Nato che la porta della comunità euro-atlantica resta aperta e che i Paesi dei Balcani occidentali sono liberi di scegliere il proprio futuro e selezionare i propri partner senza interferenze o intimidazioni esterne”. Infine, Trump mette in dubbio l’articolo 5 e il ruolo dei piccoli Paesi alleati una settimana dopo avere dato via libera ai negoziati per l’ingresso nell’Alleanza della Macedonia (del Nord).

Le frasi di Trump suscitano sdegno in Montenegro: leader di partiti di governo e d’opposizione ne contestano il fondamento e parlano di un leader “showman” e di “dichiarazioni stupide”. Ma l’effetto è negativo in tutta l’Europa orientale, dove Paesi usciti dal blocco sovietico che s’affidano all’ombrello protettivo americano vedono incrinarsi le loro certezze, nonostante molti di loro si siano mostrato inclini a cedere alle lusinghe di Trump più che a stare alle regole dell’Ue.

Negli Stati Uniti, invece, complice il fatto che quasi nessuno sa dove sia il Montenegro, le ironie restano in sordina rispetto alle critiche al presidente dopo il Vertice di Helsinki con Putin e sull’atteggiamento verso le interferenze russe nelle elezioni presidenziali Usa 2016, oggetto del Russiagate.

Contraddizioni, retromarce e zigzag di Trump a parte, emerge con evidenza la mancanza di fiducia tra il presidente e l’intelligence statunitense, il cui operato è costantemente messo in discussione e i cui rapporti sono ignorati o contestati. Su un fronte, Trump tira dritto: mettere zizzania fra partner e alleati. Se la prende con l’Ue per la maxi-multa a Google: “gli europei si approfittano di noi”, dice – veramente, nella circostanza è il contrario -.

 

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+