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Helsinki - Pearl Harbor - Russiagate
December 7, 2017 - San Diego, CA, USA - Pearl Harbor survivors, Jack Evans, 93, left, and Stu Hedley, 96, salute during a Pearl Harbor Remembrance Ceremony on the USS Midway on Thursday, Dec. 7, 2017. (Credit Image: © K.C. Alfred/San Diego Union-Tribune via ZUMA Wire)

Ritorno al passato, da Helsinki a Pearl Harbor. Rientrato in America dall’Europa, Donald Trump continua a vivere nell’universo parallelo dei suoi tweet: ha avuto “un grande incontro” con gli alleati Nato, che l’hanno vissuto come un incubo; e un incontro “ancora migliore” con Vladimir Putin – buono per Putin, di sicuro -. E perché nessuno la racconta così? Colpa, è ovvio, dei “fake news media”, i cui corrispondenti vivono sul Pianeta Terra e non riferiscono le realtà percepite in altri Mondi: “Sono impazziti”.

Impazziti e scatenati, se Politico.com, che s’è ormai guadagnato i galloni di testata di riferimento per la politica americana, definisce “l’attacco di Putin agli Usa”, in occasione delle elezioni 2016, “la nostra Pearl Harbor” e invita il pubblico a non lasciarsi confondere dal gioco delle tre carte del magnate presidente: “Ingerirsi nelle elezioni è stato un atto di guerra. E’ ora che rispondiamo per le rime”.

Trump, invece, non intende farlo. Per lui, tutta questa storia del Russiagate, cioè delle collusioni tra la sua campagna ed emissari russi, è ciarpame mediatico, caccia alle streghe: lui l’ha chiesto a Putin e Putin gli ha assicurato che non c’è nulla di vero.

L’opinione pubblica americana pare meno scossa dei media dalla vicenda, anche se la notizia dell’arresto di Mariia Butina, una russa di 29 anni, accusata d’essere una spia russa infiltratasi dentro la lobby delle armi, la Nra, rinfocola i dubbi sull’innocenza di Putin e dei suoi. Butina viene dalla Siberia e ha i capelli rossi: secondo gli inquirenti americani, s’è inserita in organizzazioni che influenzano la politica “per perseguire l’interesse della Federazione russa”. In patria, aveva fondato un gruppo per il diritto alle armi. Negli Usa, nel 2016, provò a combinare un incontro che doveva restare segreto tra il ‘candidato’ e il presidente.

Intanto, l’Unione europea cerca di correre ai ripari e di stendere tutt’intorno all’America di Trump un cordone di sicurezza economico e commerciale: dopo il patto con la Cina, martedì, ecco quello con il Giappone, ieri, in attesa che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, sciatica o quel che sia permettendo, si rechi a Washington il 24 luglio, poco prima del professor Conte.

Adesso che hanno rotto il ghiaccio, Putin e Trump potrebbero rivedersi, ma di nuovo a margine di un evento multilaterale, in Asia o in Argentina, dove a novembre ci sarà il G20: ipotesi autorevoli, perché fatte dallo stesso Putin in un’intervista alla tv russa. Matteo Salvini, invece, spera che i due s’incontrino in Italia. Il ritorno a casa del leader russo è stato molto meno contrastato di quello del magnate presidente: i media russi, che non sono molto allenati alla libertà di espressione, scrivono che Helsinki può essere “un punto di partenza” per “il rilancio delle relazioni russo-americane”.

I risultati del vertice possono essere chiaramente letti in una luce positiva, afferma il presidente della Commissione per gli affari esteri del Consiglio della Federazione russa Konstantin Kosachev. Yury Rogulev, un analista, ritiene che il vertice può innescare trattative sulla cooperazione strategico-militare: ora è fondamentale cogliere questa opportunità per passare dalla “diplomazia del megafono” ai “negoziati diretti”.

Impressiona, invece, i media americani “la straordinaria dimostrazione di fiducia data da Trump a un leader accusato di avere attaccato la democrazia americana”; l’essersi schierato a fianco di Putin contro l’intelligence statunitense (“Ho grande fiducia nella mia intelligence, ma le smentite di Putin sono state estremamente forti e potenti”); e l’avere di nuovo attaccato il Russiagate, nonostante Putin abbia ammesso di avere sperato che Trump vincesse nel 2016. I giornali americani ipotizzano, e non è la prima volta, che Putin sia in possesso di materiale compromettente per Trump, ma anche su questo punto la smentita è stata drastica: “Per piacere, toglietevi dalla testa questa baggianata”.

Il WP accusa il presidente di “collusione con un criminale” e il Daily News di “aperto tradimento”, mentre il NYT inciampa in un video giudicato omofobo dalla rete, dove Trump e Putin sono amanti gay.

Anche la politica si agita, lungo linee non rigidamente partitiche: le critiche dei democratici fanno coro; fre i repubblicani, dopo Ryan, anche McCain, Rubio, Gingrich e altri prendono le distanze, mentre il presidente della Fed Jerome Powell nega che l’Ue sia “nemica” degli Usa. Generali e capi dell’intelligence tacciono. James Comey, l’ex direttore dell’Fbi licenziato causa Russiagate, dice che il presidente “s’è schierato con un criminale bugiardo”.

L’unico indizio a favore di Trump è che l’ex capo della comunicazione della Casa Bianca, Anthony Scaramucci, uno che non ci azzecca mai, lo invita a fare “marcia indietro”: se glielo chiede Anthony, magari ha ragione lui a volere andare avanti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+