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BUDAPEST, Feb. 27, 2018 Kazakh Foreign Minister Kairat Abdrakhmanov (L), Hungarian Minister of Foreign Affairs and Trade Peter Szijjarto (C) and Kyrgyz Foreign Minister Erlan Abdyldaev attend a press conference after the meeting of foreign ministers of the Visegrad Countries and Central Asian countries in Budapest, Hungary, on Feb. 27, 2018. The conference gathered foreign ministers from the Visegrad Countries (Poland, Hungary, the Czech Republic and Slovakia) and the Central Asian countries of Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan and Uzbekistan. (Credit Image: © Attila Volgyi/Xinhua via ZUMA Wire)

C’è una cartina di tornasole facilissima da utilizzare, per capire se le cose vanno bene, o male, nell’Unione europea: il grado di soddisfazione dei Paesi del Gruppo di Visegrad, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Se una decisione li trova in dissenso, vuol dire che è buona per l’integrazione. Se, invece, li trova d’accordo, vuol dire che è cattiva.

Fissato questo criterio, una carrellata sui commenti dei leader di Visegrad al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno è illuminante: “Dopo oltre due anni di discussioni difficili, controversie e pressioni, l’Ue a 28 ha unanimemente adottato sui migranti la posizione della Polonia e del gruppo di Visegrad: niente ricollocamenti forzati e riforma del Protocollo di Dublino solo all’unanimità”: il premier polacco Mateusz Morawiecki, su Twitter; “L’Ue e la Slovacchia possono essere soddisfatte dell’accordo, centrato sulla protezione delle frontiere esterne, il rafforzamento di Frontex ed il Fondo fiduciario per l’Africa”: il premier slovacco Peter Pellegrini, in conferenza stampa. “Grande vittoria dei Paesi di Visegrad: assieme siamo riusciti a evitare la ridistribuzione obbligatoria dei migranti. L’Ungheria non diverrà un Paese di migranti”: il ministro per le Politiche europee ungherese Szabolcs Takacs, su Twitter.

Manca la voce della Repubblica Ceca? Eccola: il premier di Praga Andrej Babis, citato dall’ANSA, ci dà addirittura lezione di sovranismo: “Il governo italiano ha iniziato molto bene, rimandando indietro le navi. Poi, però, ha cambiato posizione … Gli hotspot in Europa non sono il modo d’affrontare il problema … Il modo è combattere i trafficanti e fermare l’immigrazione fuori dall’Europa, come fa la Turchia, che ferma l’immigrazione dalla Siria … Noi abbiamo quel che volevamo: ricollocamenti volontari, niente quote, hotspot fuori dall’Europa, lotta ai trafficanti e cambio di competenze di Frontex”. E, intervistato da le Figaro il giorno dopo, Babis saliva di nuovo in cattedra: l’Unione impari da Visegrad.

L’avessero scritto proprio loro, i leader dei Quattro, di loro pugno, il documento dei 28 sui migranti non avrebbe potuto essere peggiore: l’intesa non migliora nulla in termini d’accoglienza e redistribuzione e allontana la riforma del protocollo di Dublino, ponendo il vincolo del consenso dove bastava la maggioranza. E’ il trionfo della volontarietà: ciascuno fa, o non fa, quel che vuole. Così, mentre i ritorni in patria degli ‘eroi’ di Bruxelles, il presidente Macron, la cancelliera Merkel a rischio crisi, il professor Conte bistrattato per essersi fatto buggerare, sono stati difficili, fra echi di stampa fortemente critici, quelli dei Signori di Visegrad sono stati trionfali: i loro media, che hanno avuto cura d’addomesticare, senza troppi riguardi per la libertà d’espressione, ne cantavano gli elogi.

Invece di essere isolato e tenuto in quarantena, se non proprio espulso, il Gruppo di Visegrad, nucleo duro della contro-Europa sovranista, mostra coesione – nonostante i governi dei Quattro non siano politicamente allineati -, ottiene successi e fa proseliti: la Croazia , dopo le ultime elezioni, bussa alla loro porta; e l’Austria della coalizione fra i popolari del cancelliere Kurz e gli xenofobi del ministro dell’Interno Strache, li asseconda, almeno sul fronte dei migranti, forte della presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue nel secondo semestre 2018. Persino l’Italia s’immagina di avere una sponda nei Paesi di Visegrad: il vice-premier e ministro dell’Interno Salvini trova sintonie in Strache e nel ministro dell’Interno tedesco, il bavarese Seehofer.

Portabandiera del ritorno di fiamma del nazionalismo, e quindi del sovranismo, ed espressione, in diversa misura, dell’ondata di populismo che travolge le opinioni pubbliche dalle Americhe all’Europa, i leader del V4 si sono nutriti della Brexit e del successo di Trump negli Usa, ma pure della condiscendenza nei loro confronti degli altri leader europei e delle Istituzioni Ue, che non ne hanno sanzionato né le violazioni dei principi dello stato di diritto e delle libertà fondamentali– ad esempio, la separazione dei poteri esecutivo e giudiziario e la libertà d’espressione – né la mancata applicazione delle decisioni comunitarie – ad esempio, la redistribuzione dei migranti -.

Anzi, l’Ue  continua a elargire loro finanziamenti per la coesione, di cui sono i maggiori beneficiari e che sono il motore della loro crescita economica. E le maggiori famiglie politiche europei hanno atteggiamenti ambigui nei loro confronti: specie il Ppe, che tiene nei suoi ranghi il partito liberticida del premier ungherese Orban.

Con i suoi 65 milioni di abitanti, il Gruppo di Visegrad ha un peso demografico nell’Unione paragonabile a quello della Francia o dell’Italia. Secondo Andrea Carteny, docente di ‘Nazionalismi e minoranze nazionali in Europa’ e direttore del Cemas dell’Università di Roma La Sapienza, il V4 è ormai divenuto “l’area geopolitica di riferimento in senso sovranista” dell’Ue: è forte soprattutto la capacità d’attrazione, sul tema dei migranti, esercitata dall’Ungheria di Orban ed è notevole l’asse creatosi tra l’Ungheria e la Polonia del PiS (Legge e Giustizia) di Jarosław Kaczyński, mentre Praga e Bratislava sono “più caute sul terreno del sovranismo illiberale”.

Scrive Carteny su AffarInternazionali.it: “Le condizioni economico-sociali simili, che fin dall’inizio hanno caratterizzato i Paesi della fascia occidentale dell’ex blocco comunista, permettono loro d’avanzare richieste a Bruxelles e al nucleo dei Paesi fondatori dell’Unione europea”. Ma proprio lo squilibrio economico tra nucleo storico e Gruppo di Visegrad crea tensioni, ad esempio sul mercato del lavoro con le differenze dei costi salariali: “La più bassa retribuzione dei lavoratori dei Paesi centro-orientali funziona come un fattore di dumping sociale nei confronti dei lavoratori dei Paesi della Vecchia Europa”.

Con il collante del no ai migranti, il Gruppo di Visegrad tende ad esaltare al proprio interno sintonie di approccio e cultura politica ed a lasciare in secondo piano i contrasti (come sulle autonomie e sulla concessione della doppia cittadinanza per le comunità minoritarie interne agli Stati, noti ambiti di tensione tra Ungheria e Slovacchia). Il rifiuto di attuare il piano di ricollocazione dei migranti, sancito – invece di essere sanzionato – dal Vertice europeo di fine giugno, costituisce un elemento di facile mobilitazione delle opinioni pubbliche nazionali e può attrarre sul V4 consensi e simpatie dei movimenti populisti, xenofobi, d’estrema destra della fascia geo-politica dal Baltico ai Balcani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+