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Ue - Vertice - migranti
March 17, 2018 - Refugees hold placards and shout slogans against closed borders and the EU-Turkey deal leaving them stranded in Greece. Leftist, anti-racist and human rights organizations staged a rally on the occasion of the European Action Week against Racism and the International Day for the Elimination of Racial Discrimination to demonstrate against racism, fascism and EU’s migration policies. (Credit Image: © Nikolas Georgiou via ZUMA Wire)

Non sono stati ritorni in patria ‘trionfali’, quelli degli ‘eroi’, o almeno dei protagonisti, dell’intesa sui migranti della notte tra giovedì e venerdì al Vertice dell’Ue di Bruxelles. Anzi, per qualcuno è più difficile cavarsela in casa che in trasferta (come capita in Italia al professor Conte). Un po’ ovunque i media criticano le conclusioni del Vertice, nei presupposti e nell’efficacia.

‘Isola felice’, in questo quadro, i Paesi del gruppo di Visegrad, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, i cui leader si considerano vincitori – e lo sono: non dovranno farsi carico di migranti giunti altrove e hanno praticamente sventato la riforma delle regole sui richiedenti asilo del Protocollo di Dublino -. La loro stampa, che hanno avuto cura d’addomesticare, senza troppi riguardi per la libertà d’espressione, ne canta gli elogi.

Il premier ceco Andrej Babis, che venerdì impartiva lezioni di sovranismo al governo italiano – “Ha iniziato molto bene, rimandando indietro le navi. Poi, però, ha cambiato posizione” -, ieri, intervistato da le Figaro, è di nuovo salito in cattedra: “Gli hotspot in Europa non sono il modo d’affrontare il problema … Noi abbiamo tutto quel che volevamo: ricollocamenti volontari, niente quote, hotspot fuori dall’Europa, lotta ai trafficanti e cambio di competenze di Frontex”.

Il compito più ostico toccava alla cancelliera tedesca Angela Merkel, accolta dal titolo della Bild a caratteri capitali: “Successo al Vertice. Ma basterà?” – sottinteso: a placare il ministro dell’Interno Horst Seehofer, bavarese e determinato a tagliare l’erba sotto i piedi agli xenofobi dell’AfD in vista delle elezioni d’autunno in Baviera -. Ieri, la Merkel ha raccontato la sua verità sull’accordo di Bruxelles, concepito in modo che ciascuno ci trova quel che vuole: la cancelliera s’è concentrata sugli accordi bilaterali conclusi per contrare i cosiddetti ‘movimenti secondari’, ben 14: in ordine alfabetico, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Svezia, più tre del Gruppo di Visegrad – manca la Slovacchia -. Non ci sono, però, i Paesi d’ingresso dei migranti nell’Unione: Grecia e Spagna, che avrebbero dato disponibilità, e l’Italia, che invece non l’ha data.

In un documento di otto pagine trasmesso ai partiti della coalizione di governo, la Merkel indica la volontà di spedire i richiedenti asilo registrati in altri Paesi, e che si trovassero in Germania, in ‘centri àncora’ organizzati dal Ministero dell’Interno (in pratica, centri di detenzione).

In Spagna, la stampa apprezza l’esordio europeo di Pedro Sanchez. In Gran Bretagna, l’interesse è tutto per la discussione, interlocutoria, sulla Brexit: The Guardian giudica “piena di falle” l’intesa sui migranti.

In Francia, il presidente Emmanuel Macron si esibisce in tweet sibillini: “Non credo alle voci che parlano di blocchi nell’Ue …. In questi tempi difficili bisogna ritrovare un volto unito nel rispetto della nostra storia comune”. La stampa è critica sull’accordo raggiunto, che, secondo Le Monde, “già si disgrega”: il testo “punta su una solidarietà incerta ed è contestato fin dalla firma”.

In un editoriale, Le Monde scrive: “Se le modalità sono incerte, la filosofia è chiara: una svolta nell’approccio europeo alla gestione dei flussi migratori: tre anni dopo la grande crisi dei rifugiati che suscitò uno slancio di generosità nell’Europa del Nord e che i Paesi di sbarco affrontarono con coraggio, l’Ue si organizza per chiudere le porte e dissuadere i candidati all’emigrazione”. Libération titola: “Migranti, l’unione di facciata di un’Europa-fortezza”; e nota che “Roma mantiene la pressione”. Le Figaro rileva che “l’Italia s’è fatta sentire”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+