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Netflix - Friedland - razzismo

Nell’America di Trump, come accadeva in quella di Obama, se dai del ‘negro’ (‘nigger’) a uno, ti licenziano. Ma se sei un poliziotto e gli spari, al ‘negro’, pure disarmato, non ti licenziano né tanto meno ti processano, perché ti sentivi minacciato. Paradossi d’un Paese – e di aziende come Netflix – che agitano come clave alternativamente il ‘politically correct’ e la ‘tolleranza zero’.

Così, mentre l’Amministrazione s’impantana nella vicenda dei bambini dei migranti illegali separati dai genitori all’ingresso nell’Unione, la Netflix mette alla porta Johathan Friedland, un giornalista, da sette anni responsabile della comunicazione del gigante della distribuzione di internet di film, serie tv e contenuti d’intrattenimento.

La colpa di Friedland, reo confesso, ma reticente, è d’avere fatto commenti “sconsiderati” durante un incontro con il suo staff: “Mi sento male a pensare come il mio scivolone abbia causato stress alle persone che lavorano nella società, dove tutti si sentono inclusi”.

Scivolone? Friedland è recidivo: Reed Hastings, amministratore delegato, fra i fondatori di Netflix, lo spiega, in una mail ai dipendenti. Il giornalista è stato licenziato perché mostratosi “insensibile” sulla questione razziale, un comportamento non in linea con i valori dell’azienda. La prima volta accadde mesi fa, durante una riunione di pr indetta dalla Natflix proprio sulle parole sensibili: Friedland s’era poi scusato e l’incidente pareva chiuso lì, con un po’ di ‘rieducazione’ per il reprobo. Che, in settimana, ci è però ricascato, parlando con due dipendenti delle Risorse Umane che cercavo di aiutarlo.

La notizia corre sul tam-tam del web e dei social e ‘oscura’ per qualche ora il caos alla Casa Bianca su come riunire le famiglie di immigrati separate, dopo un decreto del presidente Trump in tal senso mercoledì scorso. Ci sono state riunioni con tutte le agenzie governative interessate, che devono fare i conti con l’ambiguità del decreto: da un lato, dispone che le famiglie siano riunificate senza spiegare come; dall’altro, conferma la politica della ‘tolleranza zero’. Le interpretazioni del decreto sono discordanti, da agenzia ad agenzia, e migliaia di bambini e di famiglie restano nel limbo, mentre il magnate presidente si bea nella certezza che la ‘tolleranza zero’ piaccia ai suoi elettori.

C’è più apparenza che sostanza, nel pugno di ferro di Trump. Politico scrive che mancano posti e letti per trattenere, separatamente, genitori e bambini. E, intanto, a fronte di 500 ricongiungimenti, migliaia di famiglie restano divise. Ma il presidente, ricevendo i familiari di persone rimaste vittime di atti violenti ad opera di immigrati illegali, gioca sulle parole: “Questi sono cittadini americani separati permanentemente dai loro cari” (e calca sul ‘permanentemente’); ma “i media li trascurano, non fanno caso alle loro vicende”.

Le agenzie di frontiera attendono chiarimenti, mentre si intrecciano segnali contraddittori: i minori – si dice – non possono restare separati dai genitori per più di 72 ore; ma intanto l’esercito sta realizzando centri per ospitarne 20mila. E la tolleranza zero sui migranti illegali innesca l’ennesimo braccio di ferro legale: una dozzina di Stati, fra cui la California, vogliono citare l’Amministrazione perché l’ordine del presidente contro la prassi della separazione non garantisce il ricongiungimento delle famiglie. Intorno al presidente, c’è aria pesante: la sua portavoce, Sarah Huckabee Sanders è stata ieri cacciata con la famiglia da un ristorante della Virginia perché “lavora per Trump”.

Sulla riforma dell’immigrazione, la politica è in stallo, forse già rassegnata ad attendere le elezioni di novembre. Non si arresta, invece, il Russiagate, che Trump liquida come una “caccia alle streghe truccata”. Il procuratore speciale Robert Mueller chiede che la sentenza su George Papadopoulos, un ex collaboratore della campagna di Trump, venga emessa il 7 settembre.

Mueller indaga sull’ipotesi di collusione fra la campagna del magnate e la Russia. E Papadopoulos ammette di avere mentito sui suoi contatti con persone legate alla Russia. Per accuse analoghe, è già stato condannato ad aprile il legale olandese Alex van der Zwaan.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+