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Ue - migranti - Vertice
A Greek policeman pushes refugees behind a barrier at Greece's border with Macedonia, near the Greek village of Idomeni, September 9, 2015. Most of the people flooding into Europe are refugees fleeing violence and persecution in their home countries who have a legal right to seek asylum, the United Nations said on Tuesday. REUTERS/Yannis Behrakis

Va in scena un classico europeo: man mano che l’evento tanto atteso s’avvicina le grandi speranze che esso aveva catalizzato si rimpiccioliscono, in una sorta d’effetto doppler rovesciato. A meno d’una settimana dal Vertice europeo del 28 e 29 giugno, a 48 ore dall’incontro ristretto preliminare di domani a Bruxelles, la cancelliera tedesca Angela Merkel mette le mani avanti: sull’immigrazione, nessuna soluzione comune scaturirà dal consulto fra i capi di Stato e di governo dei 28 (al massimo, intese tra singoli Paesi); e l’appuntamento di domani si ridurrà a uno scambio d’idee preparatorio.

Che l’intesa sia lontana, lo si capisce da numerosi segnali coincidenti. Il primo e più significativo è la cacofonia delle posizioni espresse da diverse capitali; il secondo è il moltiplicarsi dei Paesi che annunciano la presenza domani a Bruxelles: inizialmente, dovevano essere solo quattro, i ‘grandi’, Francia, Germania, Italia e Spagna; a conti fatti, saranno almeno 16, con i tre del Benelux, Grecia e Malta, i nordici Svezia, Danimarca, Finlandia, la Bulgaria e l’Austria – presidenza uscente e subentrante del Consiglio dell’Ue -, la Slovenia e persino la Croazia ‘in odore di Visegrad’, dopo l’esito delle ultime elezioni.

Altri Paesi potrebbero ancora aggiungersi: l’incontro è aperto a tutti, fa sapere Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, cui si deve l’iniziativa del Vertice pre-Vertice. Di sicuro, non ci saranno i quattro del Gruppo di Visegrad, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria, che bollano a priori come “inaccettabili” le proposte sul tappeto – del resto, per loro sono “inaccettabili” pure le decisioni formalmente adottate dal Consiglio europeo, come la redistribuzione dei migranti, che, infatti, non praticano -.

La Bulgaria ha pronto un piano da presentare ai partner: chiusura immediata delle frontiere esterne dell’Unione; apertura in Turchia e in Libia di hotspot dove ‘selezionare’ i richiedenti asilo; e, dopo avere arginato il flusso, esame delle posizioni dei migranti già arrivati, accogliendo i rifugiati e respingendo gli altri. Nell’Unione, tutti sanno che i piani presentati all’ultimo momento hanno poche chances di essere approvati: le decisioni vanno maturate e digerite, prima di essere prese. E, dunque, la Merkel avrà una volta di più ragione: uno scambio d’opinioni domani, nessuna decisione venerdì prossimo, ma al più intese tra Paesi in attesa che si delinei una posizione comune – sul tema, i leader possono decidere a maggioranza, non è necessaria l’uanimità -.

La cancelliera prova a smorzare le tensioni nel suo governo: il ministro dell’Interno Horst Seehofer minaccia di chiudere le frontiere senza un accordo il 29 a Bruxelles. Il contesto internazionale può darle una mano: la guerra dei dazi rilanciata dagli Stati Uniti di Donald Trump – obiettivo, le auto – e l’uscita dalla tutela della Grecia possono offrire ai leader dell’Ue la tentazione di guardare altrove. Ma, così facendo, tradirebbero le attese e le priorità delle opinioni pubbliche, in un’Europa dove uno studio rileva “la crescita implacabile nel 2017 del populismo xenofobo”, mentre la popolazione cala all’Est senza migranti e cresce all’Ovest grazie ai migranti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+