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In principio, e per tutto il XX Secolo, la geo-politica del pallone e la geografia dei Mondiali di calcio quasi coincidevano ed erano roba semplice: una volta si giocava da noi, in Europa, e vincevamo noi, quattro volte Italia e Germania, una volta Inghilterra e Francia, il quadrilatero delle grandi potenze calcistiche continentali; e una volta si giocava da loro, in America, e vincevano loro, cinque volte Brasile, due volte Argentina e Uruguay. Unica eccezione, unica ‘conquista’ in questo statico Risiko calcistico, fu la vittoria del Brasile in Svezia nel 1958: gli svedesi padroni di casa e zeppi di talenti – Hamrin e Skoglund – e di saggezza – Liedholm e Gren – riuscirono a issarsi in finale, ma lì trovarono Didì-Vavà-Pelè, “tre giocolieri di cioccolata” – un ‘tormentone’, diremmo oggi -: fine della favola e titolo – il primo – ai giallo-oro.

Poi, le cose – dello sport e non solo – si sono complicate: i Mondiali sono andati a esplorare terre lontane, l’Estremo Oriente nel 2002, l’Africa australe nel 2010, presto il Mondo arabo, e la regola dell’alternanza s’è un po’ persa: le antiche ‘potenze’ – Germania, Italia, Brasile – sono rimaste alternativamente in auge, raggiunte nell’empireo dei Campioni dalla Spagna, ma i giochi si sono per forza di cose mischiati, fino al sovvertimento delle gerarchie e delle tradizioni nel 2014, con la Germania capace di andare a vincere in Brasile dopo avere umiliato 0 a 7 in semifinale i padroni di casa e avere battuto in finale un’altra icona sud-americana, l’Argentina.

La geo-politica del pallone senza le Grandi Potenze e con Piccoli Grandi
La scena dei Mondiali s’è allargata – dalle 13 squadre della prima volta a 16 a 24 a 32 e già si lavora all’edizione a 48 dal 2026 -, non in base alla regola che ci vanno i più forti in assoluto, ma che ci vanno i più forti di ogni area geo-politica: questa volta 14 europei, cinque sud-americani, tre centro-nord americani, cinque africani, quattro asiatici, un oceanico.

La geo-politica mondiale del pallone è sempre stata ben diversa dalla geo-politica dell’economia o della diplomazia o degli arsenali militari, perché le Super-Potenze per antonomasia non sono mai state potenze calcistiche: la Cina è un nanerottolo calcistico, gli Usa non hanno né vivaio né continuità – diverso, per entrambi il discorso al femminile -, l’Urss non arrivò mai a una semifinale dei Mondiali e, ora che s’è disgregata in 15 Stati, all’edizione in Russia ce n’è solo uno – la Russia, appunto, in quanto padrone di casa, ché se avesse dovuto qualificarsi forse manco ci sarebbe arrivata -. Al confronto la Jugoslavia, potenza calcistica comparabile all’Urss, ai Mondiali di Russia è presente con due delle sue sette ex Repubbliche.

Nel mondo del pallone, poi, non c’è sempre antitesi tra piccolo è grande: Paesi piccoli sono stati, o sono, calcisticamente fra i grandi, come la Cecoslovacchia, l’Ungheria, l’Olanda – tutte due volte finaliste mondiali -, quest’anno forse il Belgio, la Svizzera e, soprattutto, l’Islanda, tutte realtà geografiche e demografiche modeste o minuscole – l’Islanda, con i suoi poco più di 300 mila abitanti, è il Paese meno popoloso mai giunto alla fase finale di un Mondiale -.

Forza calcistica e salute democratica ed economica
La potenza calcistica non è sempre andata di pari passo con la ‘salute’ democratica ed economica d’un Paese: anzi, i due Mondiali dell’Italia fascista nel 1934 e ’38 e quello nel 1978 dell’Argentina della dittatura militare offrono cattivi esempi di segno contrario, parzialmente stemperati dall’effetto campo – l’Italia nel ’34 e l’Argentina giocavano in casa -. Effetto campo che s’è fatto sentire in sette edizioni sulle 20 fin qui disputate, ma che ha tradito due volte il Brasile e una volta ciascuna l’Italia, la Germania e la Francia – tutte e tre, però, gratificate una volta -.

Ci sono stati casi in cui il pallone è stato l’orgoglio di una Nazione, simbolo della volontà di riscatto o di affrancamento. Ne sono testimonianze parallele esaltanti e tragiche la Germania che, unificata sul campo, vince il Mondiale del 1954 in Svizzera, solo nove hanno dopo essere uscita sconfitta, divisa e annichilita dalla Seconda Guerra Mondiale, battendo in finale un’Ungheria che recita inconsapevole il canto del cigno calcistico prima di subire, due anni dopo, la repressione sovietica dell’insurrezione anti-comunista e la diaspora dei campioni.

L’eccezione europea e le gerarchie continentali
Se c’è un polo in cui potenza politica ed economica e potenza calcistica coincidono, questo è l’Europa, anzi l’Unione europea: nonostante le deludenti prestazioni dell’Italia e dell’Olanda, dieci dei 28 Paesi Ue sono presenti ai Mondiali. Ed è già capitato che in semifinale ci siano arrivate tre squadre Ue – 2010 e addirittura 1990 in Italia, quando l’Ue era ancora una Cee a 12, ma già piazzava nei quattro Germania, poi vincitrice, Italia e Inghilterra -– o addirittura quattro, come accadde nel 2006 (un ‘en plein’ con Italia e Germania da una parte, Francia e Portogallo dall’altra) . Due sono la norma, con le eccezioni 1998 – c’era la Croazia, ma non era ancora nell’Ue – e 2002 – con la padrona di casa in compartecipazione Corea del Sud a fare da incomodo – con un solo Ue semifinalista. In Russia, gli europei sono ben partiti: al primo giro, solo Germania, nella serie ‘la caduta degli dei’, e Polonia hanno perso, con margini di recupero.

Nel calcio, le gerarchie continentali dovente non sono rispettate: ad esempio, l’Africa volta a volta della Nigeria, del Senegal, del Camerun, dei Paesi Nord-Africani vale di più dell’Asia economicamente strapotente, dove la Cina non decolla e il Giappone neppure – anche se sta più avanti -, mentre le due Coree vivono di exploit quasi esclusivamente ai danni dell’Italia – nel 1966 il Nord, nel 2002 il Sud -. Però l’Africa, che ha già vinto delle Olimpiadi, non ha ancora conquistato una semi-finale mondiale, denunciando spesso limiti più d’organizzazione e di concentrazione che tecnici e atletici, mentre l’Asia una volta ci è arrivata.

Lontano dall’eccellenza resta il calcio dell’Islam, nonostante la vitalità del Nord Africa dove Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco si alternano in presenze dignitose. Presenze rivali come quelle in Russia dell’Arabia Saudita e dell’Iran hanno in genere una valenza sportiva e agonistica modesta. Nel 2022, quando i petro-dollari porteranno il Mondiale in Qatar, non ci sarà da attendersi molto dai padroni di casa, che avranno già fatto il loro miracolo facendo fiorire il torneo nel deserto.

La Fifa guarda al Mondo dopo Trump
E’ una sfida, invece, per una volta politicamente coraggiosa, la decisione della Fifa di assegnare l’edizione 2026, la prima a 48 squadre, al trio Messico-Usa-Canada: non tanto per la portata della concorrenza, ché l’ambizione del Marocco di organizzare un Mondiale a 48 appariva esagerata – e, poi, due Paesi islamici consecutivi sarebbe stato singolare -, quanto perché proietta il pallone, e non solo, oltre l’America di Trump e le sue provocatorie divisioni.

Scordate il Muro al confine tra Usa e Messico e i bimbi degli immigrati illegali separati dai genitori e tenuti in gabbie; e il litigio di Trump al G7 con il premier canadese Justin Trudeau. E proiettatevi verso una realtà di cooperazione: il Messico diventerà così il primo Paese ad avere ospitato tre volte il Mondiale – prima nel 1970, quello di Italia-Germania 4 a 3, e nel 1986, una scelta di ripiego -, mentre Italia, Francia e Brasile lo hanno già avuto due volte.

“La Fifa si prepara a un Mondo dopo Trump” perché, comunque vada, il presidente degli Stati Uniti avrà esaurito, nel 2026, anche un eventuale secondo mandato: lo scrive sul NYT Musa Okwonga, che si autodefinisce “poeta, scrittore e fanatico del football” e che fa alcune considerazioni che possiamo condividere sulla scelta dei ‘signori del calcio’: il Messico e gli Usa erano fra i Paesi che parteciparono alla prima edizione dei Mondiali, nel 1930 in Uruguay, dove non c’era l’Italia – fu una scelta, non un’eliminazione -; e che il Canada ha organizzato nel 2015 i mondiali femminili.

Fin qui, banalità statistiche. Ma Okwonga nota che oggi “la corrente non passa” tra Washington, Ottawa e Città del Messico, soprattutto a causa di Trump, cui va facilmente la mosca al naso. Premiando la loro candidatura, la Fifa mostra di credere che un Mondo migliore di cooperazione e serenità, è possibile ed è relativamente vicino. Se poi quel Mondiale dovesse rivincerlo l’Italia, ci ritroveremmo nel migliore dei Mondi possibile. Ma questa è un’altra storia (sportiva).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+