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emailgate - Comey - Fbi
June 8, 2017 - Washington, District Of Columbia, USA - Former FBI Director JAMES COMEY offers testimony to the Senate Intelligence Committee about his conversations with President Trump concerning Trump's ties to Russia on Capitol Hill in Washington, D.C. on June 8th, 2017. (Credit Image: © Alex Edelman via ZUMA Wire)

Nemo profeta in Patria. Presidente magari sì, ma poi ti tocca sempre barcamenarti tra i gufi e quelli che ti remano contro. Donald Trump lo sperimenta di ritorno da Singapore e dal suo vertice “storico” con il leader nordcoreano Kim Jong-un: media e analisti gli fanno le pulci perché l’intesa con Kim sarebbe più un flop che un successo – e intanto lui rilancia la guerra dei dazi con la Cina -; il Fondo monetario internazionale contesta la sua riforma fiscale; lo Stato di New York gli fa causa; e, infine, il rapporto sull’ emailgate – la vicenda delle mail di Hillary Clinton mandate da un account privato quand’era segretario di Stato – assolve l’allora direttore dell’Fbi James Comey (non fu partigiano).

Trump resta deluso, anche se non lo mostra a caldo. Lui sperava che il rapporto sull’inchiesta da lui sollecitata fosse il regalo di compleanno – faceva ieri 72 anni -. Potrà sempre dire che il documento avalla il licenziamento di Comey, che “violò i protocolli” (ma non favorì Hillary Clinton), anche se il direttore dell’Fbi fu licenziato non per come aveva condotto l’ emailgate, ma per come stava conducendo il Russiagate, senza condiscendenze per gli ‘amichetti’ del presidente implicati.

Il rapporto sull’emailgate – 500 pagine frutto di un lavoro di 18 mesi – deve mettere un punto fermo sull’inchiesta e sul comportamenti di Comey. Il documento, curato dall’organo di sorveglianza interno al Dipartimento di Stato Usa, conclude che Comey “non rispettò il protocollo ma non non fu politicamente di parte”.

Ma è vero che dentro l’Fbi emergono episodi, non sistemici, di ostilità a Trump e di propensione verso la Clinton. “Impediremo a Trump di diventare presidente”, si scrivono due agenti federali. L’sms, che non era stato mai reso finora noto, fu scambiato nell’agosto 2016 da Peter Strzok -uno degli investigatori principali sia per l’emailgate che per il Russiagate -, e Lisa Page, avvocato dell’Fbi (i due, noti come ‘gli agenti amanti’, sono stati allontanati). Secondo il Washington Post, sarebbe questo l’elemento più dannoso per la polizia federale che emerge dal rapporto: “(Trump’) non diventerà mai presidente, vero?”, scrisse la Page a Strzok. “No. Non lo diventerà. Lo fermeremo” rispose Strzok.

Il rapporto fa luce sui passaggi più intricati dell’ emailgate, più volte evocato nella campagna 2016. Da candidato e poi da presidente, Trump ha a più riprese criticato l’operato dell’Fbi, sostenendo che l’inchiesta venne gestita in maniera approssimativa e, soprattutto, partigiana. E’ opinione diffusa che le decisioni di Comey negli ultimi giorni della campagna elettorale, apparentemente maldestre e contraddittorie, abbiano piuttosto sfavorito la Clinton.

Intanto, New York fa causa a Donald Trump e ai suoi tre figli maggiori, Donald jr, Eric ed Ivanka, contestando “azioni illegali” da parte dell’ente benefico di famiglia, la Donald Trump Foundation. A depositare la denuncia il procuratore generale dello stato Barbara Underwood. I Trump avrebbero ripetutamente fatto un uso improprio dei soldi della Fondazione, tipo saldare creditori delle aziende di famiglia, pagare lavori in uno dei Trump golf club e organizzare eventi per la campagna 2016.

La Underwood chiede al giudice di sciogliere la Donald Trump Foundation, distribuendo il milione di dollari rimasto in cassa ad altre associazioni benefiche e imponendo a Trump un risarcimento di almeno 2,8 milioni di dollari. La procuratrice chiede pure che il presidente sia bandito dal guidare ogni altra organizzazione no profit nello stato di New York per almeno 10 anni: capace di reggere gli Stati Uniti, ma non un ente benefico.

La reazione di Trump è in linea col personaggio: su Twitter, definisce l’azione legale “ridicola”; e punta il dito contro “gli squallidi democratici di New York”: lui, di sicuro non intende pagare.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+