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Jugoslavia - New York - attico - Tito

Ci sono luoghi dove la storia passa e lascia un’impronta profonda. E ce ne sono altri dove lascia solo polvere. L’‘attico di Tito’ a New York appartiene a questa seconda categoria. Ci penseranno, adesso, i nuovi proprietari, che hanno speso 12 milioni di dollari per acquistarlo, a levare la polvere della storia e a restituire all’appartamento luce e vita. A raccontare il passato, forse resterà soltanto una voluminosa biografia del Maresciallo Tito, dimenticata su un comodino – o volutamente abbandonata –. Valorizzata sotto una teca nel grande salone, sarà la testimone d’un tempo che fu.

E’ bene chiarire che l’’attico di Tito’ non è mai appartenuto al maresciallo Josip Broz, detto Tito, l’uomo che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, combattuta alla testa dei partigiani comunisti slavi contro i nazi-fascisti, ‘inventò’ la Jugoslavia e, viaggiando di conserva tra i tuoni di Mosca e i lampi di Washington, contribuì alla nascita del Movimento dei Neutrali e non Allineati, insieme a giganti del dopoguerra come l’indiano Nehru, l’indonesiano Sukarno, l’egiziano Nasser. Tito se ne andò nel 1980, a 88 anni, senza vedere e neppure sospettare lo sgretolamento della sua creatura.

La proprietaria di quell’attico era la Federazione jugoslava e i residenti abituali i rappresentanti presso l’Onu di Belgrado. Il Maresciallo vi soggiornava quand’era in visita a New York, soprattutto in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a settembre, di cui era protagonista quasi fisso. L’appartamento è sontuoso: 400 metri quadrati con tre terrazze, al 730 di Park Avenue, una delle arterie più prestigiose di Manhattan. Ai tempi della bolla immobiliare, prima della crisi, era valutato fino a 20 milioni di dollari.

Sei stanze da letto e quattro bagni, un grande salone per i ricevimenti ufficiali, studio e biblioteca, l’attico, nel 1975, era costato 100mila dollari: in termini calcistici, si può dire che ha comunque fruttato una bella plusvalenza.

Venderlo è stato laborioso. Non tanto perché mancassero i potenziali acquirenti – si mormora che pure Jack Nicholson fosse a un certo punto interessato -, quanto perché gli eredi della ex Jugoslavia dovevano mettersi d’accordo su come spartirsi onori ed oneri: il ricavato dalla vendita e le spese condominiali finora coperte dalla Serbia – 15 mila dollari l’anno per più o meno 25 anni  -.

Ora, dopo un quarto di secolo d’abbandono – l’ultimo ‘inquilino’, un ambasciatore della Jugoslavia, ridotto ormai al rango di rappresentante di Serbia e Montenegro, lo lasciò nel 1992 -, per rimetterlo in sesto ci vorrà una bella ristrutturazione: i soffitti sono scrostati, il pavimento è coperto di polvere e i mobili sono protetti da teli trasparenti. Tappeti, quadri, oggetti più o meno di pregio sono ancora lì, in un’atmosfera di rappresentanza ormai decaduta e ancora impregnata dello stile un po’ vacuo ed enfatico dei Paesi comunisti.

Chi l’abbia comprato, non si sa. A spartirsi il ricavato, saranno le sei repubbliche indipendenti nate dalla dissoluzione della Federazione: Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Bosnia e Macedonia, in base a percentuali rigidamente stabilite da un’intesa siglata a Vienna nel 2001 per la ripartizione del patrimonio immobiliare della ex Jugoslavia, che ammonterebbe a circa 70 milioni di euro. L’annuncio della vendita è venuto dal ministero degli Esteri di Belgrado.

Ora, per restituire all’attico prestigio e comfort, ci vorrà una ristrutturazione radicale.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+