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Bannon - Roma - Italia

L’ Italia è importante”, scriveva e spiegava, ieri, in prima pagina, il New York Times. “L’ Italia è importante”, diceva, giorni fa, a Roma, Steve Bannon, prima di salire sul palco di un evento (e lo ripeteva poi davanti a una platea gremita). E’ forse la prima volta che l’autorevole quotidiano, punto di riferimento mediatico con il WP dell’America anti-Trump, e l’ex guru della campagna elettorale del magnate candidato ed ex consigliere strategico del presidente Usa alla Casa Bianca, appaiono sulla stessa lunghezza d’onda.

Ma non è così. L’ Italia preoccupa il NYT perché “il rischio di una calamità in Europa è cresciuto”, anche se l’eventualità (di un’uscita dell’ Italia dall’euro, ndr) resta improbabile, e perché “nuove elezioni in Italia cadrebbero in un momento “orribilmente cattivo” per l’Europa, con numerosi Stati “in una situazione politicamente fluida”.

E, invece, l’ Italia conta per Bannon perché è, con l’Ungheria, il perno europeo del suo progetto populista globale. E’ stato in Italia prima delle elezioni, ci è tornato – provenendo dall’Ungheria – per salutare la nascita di un governo populista – appuntamento abortito -, assicura di volerci tornare di nuovo per la prossima imminente campagna elettorale. Chi gli paga le missioni transatlantiche? “Pago io, di tasca mia”, dice l’ex produttore a Hollywood ed ex presidente di Breitbart News, che si definisce “un osservatore del movimento populista internazionale”.

Intorno, non ha funzionari dell’ambasciata, che lo considera “un privato cittadino”, ma collaboratori che agiscono da guardie del corpo attente alla sicurezza. Bannon non presta attenzione alla forma: è vestito dimesso, quasi trasandato, la camicia non fresca sopra la polo, una giacca stazzonata, tutto sul blu, la barba lunga. Al confronto Thomas Williams, corrispondente dall’Italia di Breitbart News, è un damerino, con le scarpe testa di moro lucidissime, manco fosse un marine in servizio.

Quando Bannon parla, o ti guarda, gli occhi s’accendono a tratti d’una luce di furbizia, o di malizia: il fare è sempre cordiale, da pacca sulle spalle; le parole sono taglienti, se lo contraddici ti becchi dell’ignorante. Su certe cose, mette i puntini sulle i: “Non sono stato licenziato da Trump, mi sono dimesso” -. Su altre, glissa: “Vi sentite ancora, lei e il presidente?”. “Si sentono i nostri avvocati”, per via del Russiagate: lui è già stato interrogato “per tre giorni” dal procuratore speciale Mueller, Trump deve ancora esserlo.

Di America parla poco. Trump – dice – sta attuando la sua agenda: “deve ancora tirare su il Muro”, il resto è fatto – riforma fiscale pro-ricchi, assistenza sanitaria solo se paghi, abbandono del Trattato sul clima, uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran, bombardamenti sulla Siria e trasferimento dell’ambasciata in Israele a Gerusalemme, denuncia dei patti commerciali e minacce di dazi.

Sull’ Italia, pare informato: prima del fallimento del tentativo di costituire un governo giallo-verde, aveva manifestato con vigore il suo appoggio al professor Savona e al duo Di MaioSalvini; ma ammette di non conoscerli e non averli mai incontrati e di non avere neppure letto i libri di Savona. Ma ha letto – sostiene – il Contratto di Governo tra M5S e Lega, di cui fa l’elogio: un documento “preciso, dettagliato”, in cui c’è tutto (e di tutto).

Quanto sta avvenendo in Italia è “disgustoso” e pure “fascista e antidemocratico”: “Poteri, capitali e media stranieri hanno strappato la sovranità all’Italia”, sostiene Bannon, che contrappone il “Partito di Davos e di Bruxelles” al “Partito del Popolo”. Quanto al premier incaricato Carlo Cottarelli, è solo “un altro tecnocrate dell’Fmi”.

Nel backstage, prova le battute: “E’ il momento più importante per l’ Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Azzardo: “Beh, ci capitò di scegliere tra Monarchia e Repubblica”. Sul palco, attenua l’affermazione: “Uno dei più importanti”, perché “il potere s’è tolto la maschera”; e s’infervora: “Il 60% degli italiani vogliono indietro il loro Paese. Cosa c’è di più fascista di portare loro via ciò per cui hanno votato?”.

Procede ‘alla Trump’ – cui, magari, l’ha insegnato – per affermazioni apodittiche, magari icastiche, che suonano tonde (e sono vuote). “Bruxelles, Francoforte, Davos, Wall Street non hanno lasciato formare il governo, perché se avesse funzionato il modello si sarebbe diffuso anche altrove”. “Italy matters”, l’Italia conta, nel disegno populista internazionale; e Bannon, 65 anni e mille mestieri, se ne fa paladino.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+