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Usa - Russiagate - Mueller - Trump
January 20, 2018 - Portland, Oregon, United States - A woman carries a sign with a picture of Special Counsel Robert Mueller at a march against President Donald Trump, and in support of women's rights, on January 20, 2018. Portland, Oregon, United States. (Credit Image: © Terray Sylvester/VW Pics via ZUMA Wire)

In principio, era ‘Crossfire Hurricane’, dal primo verso di una celebre canzone dei Rolling Stones, ‘Jumpin’ Jack Flash’, già servita da titolo e da colonna sonora a un film del 1986 un po’ commedia e un po’ ‘spy story’ per gli esordi combinati di Penny Marshall come regista e Whoopi Goldberg sullo schermo. ‘Crossfire Hurricane’ era il nome in codice dell’indagine dell’Fbi poi sfociata nel Russiagate, cioè l’inchiesta sull’intreccio di contatti tra la campagna di Donald Trump ed emissari del Cremlino, verso le elezioni presidenziali Usa 2016. La stampa americana ha ieri celebrato un anno da quando il Russiagate è affidato al procuratore speciale Robert Mueller (dopo il licenziamento del direttore dell’Fbi James Comey, cui il presidente aveva inutilmente chiesto di ‘andarci leggero’).

“I was born in a crossfire hurricane”, sono nato in un uragano di fuoco incrociato: nome adeguato, quello originale, per un’indagine che ha già messo sottosopra l’Fbi e il cerchio magico di Trump, ma che potrebbe ancora essere una marea montante, mentre il presidente getta olio sui marosi.

Il NYT celebra l’anniversario del Russiagate con una dettagliata ricostruzione: tutto comincia nell’estate 2016 quando l’Fbi mandò una coppia di agenti a Londra per sentire Alexander Downer, l’ambasciatore australiano, che aveva saputo da George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, che il team del magnate era informato in anticipo delle interferenze russe.

Il WP si concentra sul procuratore Mueller, in carica dal 17 maggio 2017 e più volte a rischio d’essere licenziato dall’irascibile presidente (se abbia il potere di farlo non è chiaro). Mueller prende un 8 in pagella dal WP: si comporta – recita un editoriale – con ”professionalità, integrità ed efficienza” e merita ”un maggiore sostegno da parte dei repubblicani in Congresso, sia a parole sia nei fatti”. Il partito di maggioranza deve lasciare al procuratore “il tempo necessario a completare l’indagine”.

Anche Trump celebra, a modo suo, un anno di Russiagate e di Mueller: “Congratulazioni America!, siamo nel secondo anno della più grande caccia alle streghe nella tua storia”, scrive su Twitter, ironicamente, il presidente. Che aggiunge: “E ancora non è emersa alcuna ostruzione della giustizia o collusione. L’unica collusione è stata quella dei democratici, incapaci di vincere le elezioni nonostante abbiano speso così tanti soldi”.

Come fa spesso, Trump manipola la realtà. La commissione intelligence del Senato ha di recente condiviso il giudizio delle agenzie di intelligence: la Russia interferì in Usa 2016, per danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton e favorire Trump. Carta canta: sta scritto in un comunicato del presidente della commissione, il repubblicano Richard Burr. Questo non vuole dire che i russi abbiano davvero influenzato il voto, ma che provarono a farlo; e neppure che la campagna di Trump ne fosse al corrente e cercasse di profittarne, o che il presidente abbia poi voluto insabbiare il caso.

La stessa commissione ha fornito nuovi elementi sull’incontro alla Trump Tower tra il team Trump e un’avvocata russa che avrebbe avuto informazioni compromettenti sulla Clinton: i collaboratori del presidente allora candidato si sono messi d’accordo su che cosa dire agli inquirenti, per evitare di contraddirsi e per scagionare Trump (che sarebbe stato all’oscuro di tutto).

La messa sotto accusa di numerosi collaboratori di Trump nella campagna (e, successivamente, alla Casa Bianca) e il licenziamento di Comey sono indizi di peso. Mueller va avanti: potrebbe sentire il presidente, ma non prima del G7 d’inizio giugno e del Vertice con Kim, se si farà davvero, il 12, a Singapore. Rudolph Giuliani, che da quando è diventato l’avvocato di Trump nel Russiagate non brilla per prudenza, assicura che il procuratore non incriminerà Trump: “si limiterà a scrivere un rapporto”, che potrebbe però diventare la base di una procedura di impeachment al Congresso – dopo le elezioni di midterm, se i democratici conquistassero la maggioranza -.

Muller convoca nuovi testi a rischio incriminazione, tiene d’occhio i filoni collaterali dell’inchiesta: il flusso di soldi tra il presidente e l’avvocato Cohen, pagatore occulto di personaggi potenzialmente scomodi, fra cui la pornostar Stormy Daniels; e Cambridge Analytica, dove sono impastoiati l’ex stratega di Trump Steve Bannon e l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+