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Trump - accordo - Iran
May 8, 2018 - Washington, District of Columbia, U.S. - United States President DONALD J. TRUMP makes a statement on the Joint Comprehensive Plan of Action regarding Iran in the Diplomatic Reception Room of the White House. In his remarks the President announced the US was pulling out of the deal and that sanctions would be reimposed on Iran. (Credit Image: © Martin H. Simon/CNP via ZUMA Wire)

Da ieri sera, il Mondo è un posto un po’ meno sicuro. Donald Trump ha annunciato la sua decisione di uscire dall’ accordo sul nucleare con l’Iran e di reintrodurre, inasprendole, le sanzioni contro Teheran. Il presidente Usa ha avvertito: “Tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare subiranno le sanzioni”. Il ministero del Tesoro ha precisato che la reintroduzione delle sanzioni sarà effettiva in due stadi, tra 90 e 180 giorni.

In un discorsetto apodittico di neppure dieci minuti, inanellando affermazioni gratuite, se non false, Trump ha accusato Teheran di finanziare ed alimentare il terrore, di esportare “missili pericolosi”, di non rispettare l’intesa (un accordo “orribile”, “disastroso”, “imbarazzante”, che “non doveva essere firmato” e che non fa nulla “per fermare l’attività destabilizzante iraniana”): “Abbiamo prove sicure che il regime iraniano ha cercato, per tutta la sua storia, di dotarsi dell’arma atomica” – prove date una settimana fa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e già screditate -.

Per il presidente, si poteva raggiungere “facilmente un’intesa costruttiva, ma ciò non è stato fatto” – colpa, ovviamente della passata Amministrazione , di Barack Obama e dei suoi fidi -: gli Usa , ora, “non saranno ostaggio del ricatto nucleare iraniano”. La chiusa è stata ammiccante e soddisfatta: “Quando faccio una promessa la mantengo”. Il clima, i dazi, l’ambasciata a Gerusalemme, l’uscita dall’accordo sull’Iran: Presidente!, la prego, non ne faccia più di promesse.

La tesi dell’Amministrazione Trump, contestata dagli altri firmatari, è che l’ accordo con l’Iran non funziona. Mentre c’è speranza che vada a buon fine il negoziato con la Corea del Nord, dove si sta recendo il segretario di Stato Mike Pompeo, con il compito di preparare gli incontri di Trump con Moon il 22 a Washington e con Kim a giugno a Singapore.

Sull’Iran, Trump non dà ascolto a nessuno: non agli europei, che sono andati in processione a dirgli di non uscire dall’intesa; e neppure agli americani, quasi due terzi dei quali – il 63% – volevano che gli Usa restassero nell’ accordo per evitare che Teheran sviluppi armi nucleari. Un sondaggio Cnn indica che appenail 29% degli americani è favorevole alla decisione del presidente.

Ma Trump ha orecchie solo per i suoi amici e partner d’affari nella regione, Israele e Arabia saudita. Israele percepisce una minaccia per la presenza di milizie iraniane ai suoi confini in Libano e Siria – ieri sera, sono stati aperti i rifugi sulle alture, dopo che erano state notate attività militari anomale, ed è iniziato il richiamo di riservisti -; e l’Arabia saudita mira all’egemonia regionale, sullo sfondo del perenne contrasto tra sunniti e sciiti. Da Gerusalemme e Riad vengono gli unici echi positivi.

L’ accordo nucleare venne concluso nell’autunno 2015 tra l’Iran e i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le potenze nucleari ‘legittime’, Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, più la Germania. Per Trump, il peccato originale dell’intesa è proprio quello: essere stata fatta dall’Amministrazione Obama, i cui lasciti lui smantella uno dopo l’altro. E mentre c’è chi scredita collaboratori di Obama, l’ex segretario di Stato John Kerry contrattacca: “Ritirarci è totalmente illogico … l’Iran non in grado di costruire l’atomica”.

Negli ultimi dieci giorni, i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna sono andati a Washington per chiedere a Trump di non denunciare l’intesa. Ieri mattina, prima dell’annuncio, Trump ha fatto loro qualche telefonata. E sempre ieri, a Bruxelles, ci sono stati consulti di Ue, Francia, Germania e Gran Bretagna con una delegazione iraniana; e, poi, una tele-conferenza tra Macron, Merkel e May. L’Ue e i tre Paesi firmatari ribadiscono “il sostegno all’attuazione dell’ accordo da parte di tutti”; “l’intesa funziona ed è basato sui fatti”. Per Mosca, la situazione grave, ma accordo resta.

Gli iraniani confermano di volere continuare a rispettare l’ accordo, se gli altri contraenti lo faranno, ma si tengono pronti a riprendere l’arricchimento dell’uranio; e i Pasdaran si dicono preparati a fare fronte “agli scenari più pericolosi”. Quando le sanzioni torneranno, afferma il presidente Rohani, “è possibile che avremo problemi per qualche tempo, ma li supereremo”: l’Iran continuerà a “lavorare con il mondo con spirito costruttivo”.

Improbabile, invece, al momento, un ritorno al tavolo negoziale: “Considerando che gli Usa non tengono fede ai loro impegni, sarebbe ingenuo avviare di nuovo colloqui con un Paese così inaffidabile”, dice il primo vice-presidente iraniano, Eshaq Jahangiri. Per lui, i leader americani “hanno un basso quoziente intellettivo”: affermano che l’accordo sul nucleare “è una truffa”, mentre “è uno degli onori mondiali nella storia della diplomazia e cancellarlo sarà una delle vergogne”.

Netanyahu continua a fare l’untore di allarmi: “E’ interesse di tutti impedire l’aggressione iraniana. Se Teheran raggiunge il Mediterraneo, metterà le proprie basi navali e per i sottomarini. E questa è una minaccia palpabile per tutti noi”, dice in visita a Cipro. Il regime di Teheran, aggiunge, “invoca ogni giorno la distruzione di Israele … Ora cerca d’installare armi in Siria da usare contro Israele … La sua è una rete di terrore che si diffonde in tutto il mondo”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+