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DAMASCUS, April 15, 2018 A Syrian policeman is seen in the Douma district of Damascus, Syria, on April 15, 2018. On Saturday, the Syrian army declared capturing Douma, the last rebel bastion in the Eastern Ghouta countryside of Damascus, after the evacuation of rebels and their families. The Russian military police also entered Douma after the evacuation of the rebels, who left toward the rebel-held city of Jarablus in northern Syria under a deal with the Syrian government and the Russians. (Credit Image: © Ammar Safarjalani/Xinhua via ZUMA Wire)

A spararle troppo grosse, i lealisti siriani e i russi loro alleati finiscono con il perdere credibilità – ammesso che ne avessero – sull’attacco chimico a Duma il 7 aprile, che avrebbe provocato decine di vittime. La tesi è che sarebbe stata tutta una messinscena anti-regime. Ma, intanto, loro creano ostacoli agli ispettori dell’Onu sul campo.

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova dice che, a Ghuta Est, altro sobborgo di Damasco recentemente ripreso dai lealisti ai ribelli, sono stati trovati “contenitori di cloro” d’origine tedesca e addirittura “candelotti fumogeni” prodotti a Salisbury, la località nel sud dell’Inghilterra dove sono stati ‘avvelenati’ l’ex spia russa Serghiei Skripal e sua figlia Yulia. Che coincidenza strabiliante!

Ma c’è di più (e di peggio). La Russia intende mostrare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un video in cui un ragazzino di 11 anni, Hassan Diab, siriano, racconta, alla tv russa Rossiya 24, d’aver preso parte alla messinscena di un attacco chimico il 7 aprile scorso a Duma. Il video vorrebbe essere una prova della manipolazione denunciata a più riprese da Mosca e Damasco, ma assomiglia troppo ai video con cui l’Nra, negli Usa, trasforma le vittime delle sparatorie di massa in attori che recitano il proprio dolore.

Il ragazzino ricorda che una voce urlò a tutti di correre all’ospedale e che lì, appena arrivato, venne irrorato d’acqua per apparire come la vittima di un attacco chimico in un video dei Caschi Bianchi, l’ong che denunciò il misfatto. Il presunto padre di Hassan, Omar Diab, racconta che i militanti jihadisti organizzatori della pantomima regalarono alla famiglia datteri, dolci e riso.

‘Fake news’ a parte, la verità su quanto avvenuto a Duma il 7 aprile appare sempre più lontana e più difficile da accertare: il lavoro degli ispettori dell’Opac, l’agenzia dell’Onu anti-armi chimiche, non riesce neppure a cominciare, tra misure di sicurezza da garantire e intoppi burocratici.

Intanto, l’irrilevanza militare dell’azione condotta da  Usa-Gbr-Francia sui siti chimici siriani è confermata dagli sviluppi del conflitto. I raid governativi su postazioni a sud di Damasco tenute “dagli integralisti” continuano, mentre sarebbe stato raggiunto un accordo per la resa dei miliziani ancora in armi in un quartiere della periferia sud della capitale siriana. Secondo fonti di stampa iraniane, circa 1.200 miliziani “affiliati all’Isis”, da anni operativi in quel che resta del campo profughi palestinese di Yarmuk, hanno accettato di arrendersi a patto di potere lasciare la zona. Secondo fonti di stampa siriane, invece, i lealisti hanno dato loro un ultimatum di 48 ore.

A Dumair, prosegue l’evacuazione dei ribelli: 1500 insorti e 3500 loro congiunti lasceranno la città, nel Qalamun orientale, per recarsi a Jarablus, nel nord del Paese, controllato da ribelli filo-turchi. Sono tutti segnali inequivocabili che i lealisti continuano a riprendere il controllo del Paese.

L’attacco missilistico del 14 aprile produce ancora strascichi militari e politici. Secondo fonti russe, due missili cruise “inesplosi” sono stati recuperati e portati in Russia, dove gli specialisti intendono studiarli per “migliorare l’efficacia delle difese aeree” russe.

E mentre negli Usa c’è chi cerca di stemperare le polemiche sulle sanzioni alla Russia – prima annunciate, poi ritrattate – nel triangolo ‘Casa Bianca – Pentagono – Palazzo di Vetro’, da Istanbul arriva l’indicazione che il presidente francese Macron voleva partecipare al Vertice Erdogan-Putin-Rohani svoltosi ad Ankara il 4 aprile: nel giro di dieci giorni, Macron sarebbe dunque passato dal tentativo d’intrufolarsi fra chi si sta spartendo la Siria in zone d’influenza a un ruolo di co-giustiziere a fianco di Trump e della May.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+